Società

Si chiama bancarotta

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ROMA (WSI) – E’ un anno che si parla di aumento dell’Iva dal prossimo primo luglio, e il governo, a tre giorni dall’aumento, con toni esultanti, ci informa che l’aumento è stato sospeso fino al primo di ottobre. Il differimento vale appena un pidocchiosissimo miliardo di euro, su una spesa statale di oltre 800 miliardi di euro. Una percentuale infinitesimale sul totale della spesa. E che fanno? decidono di sospendere una tassa, aumentandone un’altra. Magari con effetti anche più recessivi e invasivi rispetto all’aumento dell’Iva. In pratica, la copertura per far fronte al mancato gettito ipotizzato dall’aumento dell’Iva, verrà compensata con l’aumento degli acconti Irpef, Irap e Ires, già dal 2013. Nel caso dell’Ires, addirittura, le società dovranno versare il 101% dell’imposta a debito per l’anno 2012.

E’ un po’ come dire che le società, nell’anno 2013, dovranno versare l’acconto per l’anno in corso e in parte anche per il prossimo. Siamo alla follia pura con evidenti tratti di nazismo tributario. Le imprese sono al collasso e già pagano, in alcuni casi, una tassazione vicina all’85%-90% degli utili realizzati, o forse più.

Le aziende devono ancora riscuotere un centinaio di miliardi dallo Stato, ed è del tutto verosimile attendersi che un numero ben considerevole di queste smetteranno di pagare le tasse già nelle prossime settimane, visto l’avvicinarsi delle scadenze fiscali. Non hanno soldi! Né se li possono prestare per pagare una pretesa tributaria assurda e per molti aspetti illegittima. E’ evidente che se tale sensazione dovesse essere confermata dai numeri, già dai prossimi mesi, mancheranno all’appello un bel po’ di miliardi di euro.

Pure uno stolto si accorgerebbe di tanto disastro. Ma non il governo che continua a giocare con numeri che non rappresentano affatto le reali condizioni del Paese. Per quanto sono ottimistici, sembrano tratti dal libro dei sogni.

Nel frattempo, la Corte dei Conti ci ha informati del fallimento completo dell’esperienza Equitalia nelle vesti di braccio armato del fisco per la riscossione dei tributi. Pare che l’ente di riscossione abbia un totale crediti tributari da riscuotere di oltre 550 miliardi di euro. E sembrerebbe che esistano addirittura delle liste di contribuenti eccellenti che non possono essere toccati.

Secondo quanto riportato dalla giudici della Corte, Equitalia, nell’ultimo decennio, avrebbe recuperato poco più dell’11% del volume complessivo: appena 66 miliardi di euro. Appare logico ritenere che buona parte di questi soldi verranno persi. Nella maggior parte dei casi, questi crediti (crediti (?)per lo stato, debiti per i cittadini) derivano da una pretesa assurda e talvolta illegittima, che lo stato fonda per mantenere un apparato burocratico degno della migliore unione sovietica, poiché enorme bacino di consensi elettorali e perfetto luogo di riciclaggio di politici silurati. Ma allo stesso tempo, questi ultimi, compagni di secondo, terzo, quarto, quinto letto di qualcuno a credito di qualche favore. Uno schifo, insomma.

Ritornando ai crediti di Equitalia, questi, oltre ad essere, per buona parte dello stock, di difficile recupero, tengono in ostaggio milioni di persone e centinaia di migliaia di aziende costrette ad operare al buio, sfuggendo totalmente al controllo del fisco, poiché braccate dalle azioni di recupero dell’ente della riscossione.

Queste persone, queste aziende, pur producendo ricchezza, occulta agli occhi del fisco, qualora non dovessero essere rimesse in bonis, non contribuiranno mai alla formazione del gettito tributario da versare allo Stato. Sia ben chiaro: non sono tutti evasori.

Sono anche, nella maggior parte dei casi, soggetti economici che hanno scelto di sopravvivere anziché pagare una pretesa tributaria insostenibile, fondata su un colabrodo di impianto normativo fiscale degno di uno Stato da terzo mondo. Non occorre essere dei geni per comprendere che è indispensabile ripensare tutta la macchina impositiva statale, facendo una riforma che tenti di recuperare il rapporto tra fisco e contribuente, per troppo tempo stuprato in nome della salvezza nazionale. La normativa fiscale, da decenni in perpetuo mutamento, non è affatto qualcosa al servizio della società, degli individui, e dello sviluppo della nazione, con lo stato abile intermediatore di ricchezza al fine di promuovere lo sviluppo culturale, socioeconomico e promuovere lo slancio della nazione.

Nulla di tutto questo. E’ una macchina in perenne servizio delle esigenze di cassa dello Stato, pronta ad essere manovrata con nuove imposizione al fine di generare dosi crescenti di gettito, dal quale lo Stato ingordo si deve nutrire. Tutto ciò genera infedeltà fiscale e porta alla distruzione del tessuto economico, sociale, culturale e produttivo di una nazione.

Negli ultimi 2 anni l’Italia ha versato oltre 45 miliardi di euro per i vari salvataggi (banche comprese) in giro per l’Europa. E ti vengono a dire che non è possibile trovare un paio di miliardi di euro (4 il prossimo anno) per scongiurare l’aumento dell’Iva.

Come ci informa l’Istat, mentre in Italia ci sono quasi 9 milioni di persone che vivono in stato di indigenza, abbiamo migliaia di persone che percepiscono assegni pensionistici faraonici, non avendo versato neanche i contributi previdenziali a copertura delle somme oggi elargite. 10, 20, 40 fino a 90 mila euro di pensione al mese, senza mai aver versato nessuna contribuzione a copertura di queste cifre. Ma ti vengono a dire che questi sono diritti acquisti che non si possono toccare. I diritti acquisti, in realtà, sono quelli che si possono mantenere. Se tu non te li puoi mantenere, allora, di acquisto non c’è un bel niente.

Abbiamo una pubblica amministrazione degna di uno stato bolscevico dove sono imboscati i peggiori parassiti sociali. Persone che si presentano al mattino, marcano il tesserino, e poi se ne escono perché in non hanno un bel niente da fare. Nella migliore delle ipotesi, rimangano seduti sulla poltrona ad intralciare chi genera e produce ricchezza. Eppure ti dicono che tu devi pagare anche per questi.

Spendiamo miliardi di euro per comprare aerei da guerra e non si capisce da chi ci dovremmo difendere, se non da chi queste decisioni le ha prese.
Proprio ieri, il Financial Times ha diffuso la notizia secondo la quale l’Italia rischierebbe di perdere 8 miliardi di euro su contratti derivati stipulati alla fine degli anni 90. Contratti che hanno consentito di migliorare i conti ed entrare nell’euro. In perfetto stile greco insomma.

Nell’ultimo rapporto dell’Abi, siamo stati informati che le sofferenze bancarie, nel mese di aprile, sono arrivate all’astronomica cifra di 133 miliardi di euro e sono in progressiva ascesa. Questo sono quelle note. Poi però, ci sono anche quelle non ancora emerse e che prima o poi emergeranno. Si pensi, ad esempio, a tutti quei soggetti che si sono avvalsi della moratoria sui finanziamenti. Se da una lato la moratoria ha consentito al debitore di sospendere il pagamento della quota capitale di un prestito, dall’altro ha consentito alle banche di non far emergere ulteriori sofferenze per quei crediti di dubbia esigibilità che presto potrebbero trasformarsi in sofferenze.
Ma non c’è solo questo.

Accade anche che, un numero non del tutto indifferente di imprese (solo per usare un eufemismo), già da diverso tempo, con l’ausilio di direttori di banca conniventi, per finanziarsi, abbiano posto in essere delle pratiche fondate sul nulla al fine di ottenere linee di credito. Sto parlando dello sconto di fatture per operazioni inesistenti. In pratica funziona così: le imprese emettono delle fatture per forniture o prestazioni inesistenti. Le portano in banca, e nei limiti delle linee di credito a disposizione, le anticipano in tutto o in parte per ottenere liquidità. É evidente che le banche non anticipano queste fatture in modo perpetuo e, alla scadenza della fattura (in genere tra i 60 e i 90 giorni), la banca che ha concesso l’anticipazione dovrà rientrare del proprio credito.

A questo punto possono accadere 2 cose. La prima: l’impresa che ha emesso la fattura falsa, nel frattempo, ha effettuato davvero la fornitura o il servizio a quel determinato cliente. In questo caso, eventualmente, l’impresa può chiedere una proroga dell’anticipazione e estinguere l’obbligazione alla sua naturale scadenza. La seconda: alla fine gioco si conclude in maniera tragica. Per la banca ovviamente, che non potrà sostenere all’infinito una simile pratica e quindi, presto o tardi, in mancanza di un rientro dalla posizione creditoria, rimarrà con il cerino in mano.

Pochi giorni fa, la controllata di Mediobanca a Londra, la Mediobanca Securities, ha diffuso un rapporto secondo il quale non sarebbe affatto remota la possibilità che l’Italia, entro sei mesi, debba chiedere il chiedere il salvataggio alla UE, attraverso il fondo salva stati ESM a cui l’Italia ha aderito. Sarebbe un caso unico nella storia. Uno Stato sovrano dalle potenzialità inaudite che dovrebbe essere aiutato con gli stessi soldi che lo stesso Stato ha tirato fuori per farsi salvare, in cambio della cessione di pezzi di sovranità. Cose inimmaginabili, dall’altro mondo.

Sempre qualche giorno fa, la Banca dei Regolamenti Internazionali ha diffuso un rapporto secondo il quale, alla fine del 2013, il rapporto debito/Pil si attesterà al 144%, contro il 127% di appena 6 mesi fa. Un record che, guarda caso, va nella stessa direzione della Grecia.

Intanto lo spread ha ripreso a salire e stanno aumentando significativamente tutti i rendimenti dei titoli di stato, anche quelli dei paesi considerati più solidi. E il miliardo di euro derivante (almeno in parte) dall’aumento degli acconti delle imposte del 2013 che ha consentito il differimento dell’aumento IVA, rischia di andare in fumo nel giro di qualche giorno.

Che la situazione rischi di sfuggire di mano lo conferma la solerzia con la quale si sta giungendo ad un compromesso nella soluzione delle crisi bancarie nel contesto europeo che, manco a dirlo, saranno accollate ai risparmiatori, sia direttamente che attraverso il fondo salva stati/banche. Insomma, come si è reiteratamente annunciato in questo sito, il modello Cipro sarà esportato in tutta Europa nella gestione delle crisi bancarie.

Poche sere fa, il premier Letta, incalzato da un cronista, che lo ha intervistato chiedendogli se l’Italia rischia il fallimento, ha timidamente affermato: “No, se agiremo bene”. Mi chiedo cosa possa significare agire bene? Forse è agire bene mantenere il rapporto deficit/Pil sotto al 3%, come ci chiede l’Europa? E magari farlo sulla vita di milioni di persone? Non credo proprio. Io mi sono fatto un’idea ben precisa. Penso che la risposta Letta, che in realtà è una timida ammissione, segni una netta discontinuità rispetto agli spot propagandistici dei precedenti governi, quello di Monti in primis. Fino a qualche mese fa nessun premier avrebbe mai osato offrire una risposta del genere.

Loro lo sanno benissimo dove stiamo andando. Dinanzi al crollo del muro di omertà e alla crescente consapevolezza dell’opinione pubblica, non possono far altro che ammettere. Per ora solo timidamente. La mia opinione è che si stanno preparando per poterlo fare in maniera più diretta. Ma lo faranno solo dopo aver fatto bottino dei nostri risparmi.

Il contenuto di questo articolo, pubblicato da Vincitori e Vinti – che ringraziamo – esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

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