SETTE COSE DA SAPERE
SULLA FELICITA’

27 Luglio 2008, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) –
Non chiedete a Ruut Veenhoven, professore di Sociologia all’Università Erasmus di Rotterdam, come definirebbe il suo lavoro di ricerca, perché non esiste un termine ufficiale per gli «esperti di felicità». Eppure lui è un luminare del campo. Si occupa della direzione del WDH, «World Database of Happiness», un progetto nato da una sua idea e gestito da un team di 28 ricercatori. Obiettivo: creare una banca dati globale delle ricerche sulla felicità per determinare gli «indici della gioia» di ogni nazione. Se qualche sondaggista vi ha mai chiesto se siete felici, probabilmente anche voi siete un dato nei computer di Veenhoven.

Perché studiare la felicità?
«L’obiettivo è aiutare chi governa a creare più felicità per più persone. E per farlo è necessario comprendere la felicità e le condizioni che la determinano. Il WDH è uno strumento per accumulare conoscenza sul tema. Raccoglie le ricerche disponibili e le organizza in modo che siano confrontabili».

Come si misura la felicità?
«Il team si occupa prima di tutto di raccogliere il materiale di altri ricercatori, individuando le ricerche che contengano informazioni sulla felicità in qualsiasi parte del mondo. Da questa massa di dati estraiamo gli studi coerenti con la nostra definizione di felicità. All’interno di quest’ultimo gruppo ricerchiamo quindi le informazioni relative al livello di felicità osservato, in genere basato sulle risposte a una singola domanda, del genere: “Quanto sei soddisfatto allo stato attuale della tua vita? Indicalo con un numero da 1 a 10”. I risultati sono ricondotti a una scala standard e inseriti nel database “Felicità nelle nazioni”. Oggi abbiamo dati comparabili relativi a 130 nazioni. In 15 di queste l’arco temporale di analisi supera i 20 anni».

Dopo decenni di ricerche, che cosa ha capito della felicità?
«Ho capito sette cose. Primo, la maggior parte delle persone sono felici. Nei media vediamo prevalentemente le miserie umane, ma gli studi mostrano un quadro differente. Secondo, la felicità media è aumentata nella maggior parte delle nazioni negli ultimi 30 anni. Terzo, l’ineguaglianza si è tendenzialmente ridotta. Quarto, la felicità media è ai massimi storici nelle nazioni moderne, sebbene le persone tendano oggi a essere critiche verso la propria società. Quinto, la felicità dipende più dal soddisfacimento dei bisogni umani universali che non dal rispetto degli standard culturali di “vita agiata”. Sesto, la felicità è indice di efficienza. E come tale promuove l’efficienza, rendendo le persone più aperte e attive. Settimo, la felicità protegge anche dalle malattie e di conseguenza le persone felici vivono più a lungo. Le ripercussioni della felicità sulla longevità sono paragonabili a quelli dell’essere o meno fumatore».

Qual è l’identikit di una nazione felice?
«Distinguerei quattro punti. Primo, ricchezza materiale. Le persone tendono a essere più felici nelle nazioni ricche. Secondo, libertà. Libertà politica, economica e nella sfera privata. Per esempio libertà di religione, di sposare chi si ama e di vivere secondo le proprie inclinazioni sessuali, e questo include i matrimoni gay. Terzo, buon governo e stato di diritto. Queste condizioni istituzionali incidono sulla felicità indipendentemente dai partiti al potere. Quarto, tolleranza. Minori sono gli stereotipi negativi in un Paese, più felici sono mediamente i cittadini».

In quali settori dovrebbero investire le nazioni occidentali per incrementare la felicità globale?
«A livello sociale la felicità può essere massimizzata impegnandosi nel buon governo e nello stato di diritto. I governi dovrebbero inoltre cercare di preservare le libertà e la tolleranza. Ma la felicità può anche essere incrementata aiutando le persone a compiere scelte di vita più informate. Le ricerche mostrano che non riusciamo a prevedere come le decisioni incideranno sulla nostra felicità. Un esempio classico è che le persone tendono a sovrastimare il guadagno di felicità derivante da un aumento di stipendio, ma sottovalutano l’effetto negativo del maggior tempo trascorso sui mezzi pubblici. Gli studi su larga scala possono mostrarci come queste decisioni hanno influenzato persone simili a noi nel passato recente. I governi dovrebbero investire su queste ricerche, che darebbero importanti risultati nel lungo termine».

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