Secessione, parla il fondatore della banda per il Veneto libero

3 Aprile 2014, di Redazione Wall Street Italia

BRESCIA (WSI) – «Terrorista è Bin Laden, minga mi». Siamo sullo spiazzo della ditta «Caravan 77», sulla provinciale fra Adro e Castegnato, in piena «Padania» leghista. Fino a martedì, qui lavorava Giancarlo Orini, 74 anni, quello che la procura di Brescia ritiene il fondatore del movimento indipendentista «Alleanza».

Nel giorno dell’arresto, ancora lavorano la moglie e il figlio. Vendono camper nuovi e usati. I clienti arrivano solidali, con aria di sdegno: «Una carnevalata assurda!». Si riferiscono alle accuse, soprattutto. «Ma pensate davvero che questi qui potessero fare del male a qualcuno?».

Per i carabinieri del Ros, volevano la secessione. La volevano con metodi pericolosi e violenti. Di questo si discute nello spiazzo, fino al colpo di scena. Alle sei di sera, trilla il telefono della ditta. Sorpresa: si materializza Giancarlo Orini in persona. Proprio lui. Parla dagli arresti domiciliari: «Ma sì, ho usato tante volte parole come Kalashnikov, bombe e bazooka – dice – me lo ricordo. Ma alla fine delle telefonate, andate a sentire, dicevo sempre: “Saluti al maresciallo che ci sta ascoltando”. C’era tanta goliardia, ecco…». La dinamite? «Ma dove vado a prenderla, io? Stiamo scherzando? Al massimo, il tirasassi…».

Nel piccolo ufficio della contabilità, davanti alla rivendita, ci sono bandiere basche e di altri movimenti indipendentisti. Foto che ritraggono Orini nel deserto. Raduni di motociclisti. Voli con l’ultra leggero. E poi, in un cassetto delle cose importanti, c’è la copia consumata del giornale «La Padania» datata 1997, con quella frase di Umberto Bossi che gli ha cambiato per sempre la vita: «Quando ha definito “ubriaconi” gli indipendentisti della Serenissima, ho capito che non potevo stare nella Lega un minuto di più. Bossi mi ha proprio deluso, ma tanto. Preferivo Giancarlo Miglio. Io, poi, fino alla nascita del sogno leghista, ero un totale ignorante. Mai interessato prima di politica».

Geometra. Ha progettato impianti di riscaldamento, costruito gallerie e strade. Si è messo in proprio nel 1967. Ha fatto il consigliere comunale e provinciale, nel partito che poi avrebbe abiurato. Negli anni, Giancarlo Orini ha incominciato a sognare qualcos’altro.

«Il nostro piano era dare un segnale. Fare un’azione eclatante. Niente altro. Un’azione eclatante nella speranza che il popolo insorgesse, per liberarsi da questo regime. Non eravamo in grado di fare nulla di più, siamo quattro gatti…». Non è esattamente poco pensare a un attentato contro una sede di Equitalia, gli facciamo notare. E lui: «Mezza Italia cova lo stesso desiderio. Non siamo un Paese civile. Si sentono cose terrificanti. Debiti di 1000 euro che diventano da 50 mila. E comunque, di quell’ipotesi se ne è soltanto parlato».

Invece, più nel concreto, volevate andare in Piazza San Marco con il Tanko, come lo chiamate voi. Una specie di carro armato. Era quella «l’azione eclatante» da compiere prima delle elezioni europee? «Sì, Venezia. Una specie di replica del 1997. Come quelli del campanile. Ma cosa vuoi fare con quel tanko lì? Lo Stato Italiano è armato fino ai denti, ha armi vere, adesso ha pure gli F35. E noi cosa abbiamo? Qualche fucilino, i petardi o il tirasassi…».

In casa di Orini, per la cronaca, i carabinieri del Ros hanno sequestrato una pistola calibro 7,65. «Sì, non mi ricordavo neppure dove fosse. E poi hanno preso lo striscione di “Brescia Patria”, che avevo portato domenica a Bruxelles».

Lei dov’era il giorno della protesta dei Forconi? «Al mercato ortofrutticolo di Orzinuovi. Al presidio. Mi hanno preso tutti in giro: “Ecco qui l’indipendentista fra le bandiere tricolori…”.

Cavolo, non sanno quanto mi è costato. Dovevo ascoltare tre o quattro volte al giorno l’inno di Mameli.. A me non piace. Specie quando dice: “Siam pronti alla morte!”. No, non mi sembra un bell’inno». Cosa le piace, invece? «L’idea che tutto vada risolto dai cittadini. Io non so neppure come funzioni la mafia, non voglio saperlo. Va fuori dalla mia conoscenza. L’Europa non sarà mai unita. L’Italia è anche peggio. Credo che si dovrebbe tornare al tempo delle città stato, allora sì che i commerci funzionavano…».

Così, lentamente, cala la sera sul parcheggio della «Caravan 77», fra il rumore del traffico e le notizie alla radio. Con il secessionista Orini che cita un sindaco catalano che la pensa proprio come lui. Con certe frasi, che purtroppo a un certo punto non mancano mai: «Io non sono contro gli immigrati, anzi. Ho un amico napoletano davvero in gamba…». Riferimenti storici assai trasversali: «Il giorno prima della caduta del muro di Berlino, se saltavi di là ti sparavano. Il giorno dopo, potevi farlo…». Fino a un improvviso lampo di realismo: «Sì – dice Orini – forse abbiamo sbagliato. Non abbiamo calcolato le conseguenze. Pagheremo per gli errori che abbiamo commesso. Ma volevamo soltanto dare un segnale. Se in Italia non cambierà niente, ce ne faremo una ragione…».

A venti chilometri da qui, in direzione Adro, c’è un luogo simbolico di questa storia. Su una collina molto costruita, a fianco di un night club chiuso da qualche anno, c’era una volta l’azienda agricola Boschi, ora chiusa a sua volta per fallimento. Il titolare si chiama Franco Timoteo Metelli, è famoso come televenditore di vino. Molti politici, importanti e meno, venivano a pranzo da lui. «Forza Italia, Di Pietro, leghisti, sono passati tutti di qui – dice Metelli – anche Orini. Certo, lo ricordo bene. Un tipo simpaticissimo che ce l’aveva con la secessione». Attovagliati qui, gli indipendentisti bresciani, veneti e sardi hanno sognato il loro mondo nuovo. Cenando e brindando, parlavano del Tanko che avrebbe riconquistato Venezia.

@NiccoloZancan

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