Scandalo Facebook, mea culpa Zuckerberg non convince. Al via prime class action

22 Marzo 2018, di Mariangela Tessa

Per la prima volta da quando è esploso lo scandalo di Cambridge Analytica, Mark Zuckerberg, Ceo di Facebook, ha rotto il silenzio. Messo all’angolo dopo il “datagate”, pur ammettendo di aver sbagliato qualcosa il manager si è dimenticato di scusarsi in maniera esplicita, come invece aveva fatto in altre occasioni analoghe, come per esempio undici anni fa quando all’età di 23 anni si era detto dispiaciuto per gli episodi di violazione della privacy dei suoi utenti. Il confondatore del social network più popolare al mondo ha provato a rassicurare gli oltre due miliardi di utenti, dicendo che da tempo sono state intraprese le contromisure necessarie per scongiurare il verificarsi di altre debacle del genere.

“Abbiamo la responsabilità di proteggere i vostri dati”, ha scritto in un post ieri, aggiungendo che: “Abbiamo fatto degli errori, c’è ancora molto da fare”, scrive sulla sua pagina personale del social media. “Abbiamo la responsabilità di proteggere le vostre informazioni e se non riusciamo a farlo non meritiamo di essere al vostro servizio”. “La buona notizia è che le misure più importanti per prevenire che questo non ricapiti ancora sono già state prese anni fa

Zuckerberg conferma poi di essere al lavoro “per capire esattamente cosa è successo e assicurarsi che non accada mai più”. “Sono disponibile a testimoniare davanti al Congresso americano”, ha aggiunto Zuckerberg, spiegando di essere disponibile anche all’istituzione di nuove regole per i social network. Tra queste è prevista un’esamina attenta di tutte le App che hanno avuto accesso alle informazioni degli utenti, come nel caso di Cambridge Analytica, prima che Facebook cambiasse le sue linee guida su dati e privacy nel 2014. Prima di quella data, ai gestori delle applicazioni era consentito di raccogliere anche informazioni sulla rete di amici della persona appena iscritta. Se l’indagine dovesse scoprire un utilizzo improprio dei dati, le App in questione verrano vietate e le vittime riceveranno una notifica.

Facebook tenterà anche di ridurre le possibilità di accedere ai dati degli utenti da parte dei programmatori di App. Per esempio, se un utente non ha usato la loro App per tre mesi, le informazioni andranno perdute e non saranno più reperibili e dunque riutilizzabili. “I programmatori dovranno firmare un contratto in cui si specifica che saranno obbligati a chiedere agli utenti il permesso di avere accesso ai loro post e ad altri dati personali”.

Scandalo datagate, al via le prime class action

Le parole del numero uno di Facebook hanno dato carica al titolo che è rimbalzato (+0,9%) dopo due giorni di sell-off ma Zuckerberg, che non viene considerato un grande esperto di comunicazione, non è riuscito a mettere del tutto da parte i timori di investitori e autorità. Il problema per Facebook riguarda il fatto che mettere le vite online degli utenti “in vendita” è il suo modello di business.

Facebook ha permesso che i dati di 50 milioni di utenti venissero usati in modo improprio, uno scandalo che poteva essere evitato a giudicare dalle dichiarazioni di chi in Facebook ci ha lavorato. Uno dei confondatori di Whastapp, Brian Acton, ha addirittura esortato tutti i suoi utenti a cancellare il proprio account Facebook, lanciando l’hashtag #DeleteFacebook.

Mentre il pressing delle autorità resta, sono partite le prime class action contro il gruppo. Negli Stati Uniti, la prima azione legale è stata avanzata presso la corte distrettuale di San José, in California, e potrebbe aprire la strada a molte altre cause collettive per la richiesta dei danni provocati dalla mancata protezione dei dati personali. Dati raccolti senza alcuna autorizzazione – spiegano i promotori dell’azione legale – e che sono stati utilizzati per avvantaggiare la campagna di Donald Trump.

Inanto, di fronte alle richieste di informazioni da parte dell’AgcomStephen Deadman, Deputy Chief Global Privacy Officer di Facebook, ha detto all’Ansa:

“Siamo fortemente impegnati nel proteggere le informazioni delle persone e accogliamo l’opportunità di rispondere alle domande poste dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni”.