Gli scacchi ci dicono a che età la mente perde colpi

30 Ottobre 2020, di Alberto Battaglia

Gli scacchi ci dicono a che età la mente perde colpi

Gli scacchi, più di ogni altro gioco, mettono a confronto le capacita mentali degli avversari. Con un contributo della fortuna trascurabile, la vittoria negli scacchi è essenzialmente una questione di abilità.
Partendo da questo presupposto, un team di studiosi ha analizzato i dati di oltre 24mila partite, registrati nel corso di 125 anni di tornei professionistici, per rispondere a una domanda: a quale età le prestazioni cognitive iniziano a declinare?

Tale giudizio è stato formulato sulla base delle cosiddette “mosse ottimali”, che vengono elaborate, caso per caso, da un computer. Tanto più le mosse ottimali sono frequenti nel corso della partita, tanto più efficiente potrà essere definita la prestazione cognitiva del giocatore. Aggregando i dati di oltre 2.900 partecipanti ai tornei, è stato possibile tracciare un grafico che rivela a quale età le “mosse ottimali” iniziano a diminuire, e con esse le prestazioni cognitive.

“Questo metodo”, si legge nello studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Pnas, “fornisce una misurazione precisa e confrontabile della performance individuale in età diverse” e per un lungo periodo di osservazione.

Secondo i risultati dello studio, le performance cognitive legate alle mosse ottimali nelle partite di scacchi raggiungono il loro apice fra i 35 e i 40 anni. Il declino, invece, comincia dai 45 anni.

Data l’ampiezza dei dati disponibili, gli studiosi hanno potuto osservare come le performance non siano omogenee fra le varie generazioni osservate. I nati negli anni Settanta del XX secolo hanno mostrato abilità cognitive superiori dell’8% rispetto ai giocatori nati circa cento anni prima.

“I nostri risultati suggeriscono che le condizioni in cui le persone crescono oggigiorno – che ovviamente includono la rapida crescita della tecnologia digitale – hanno un impatto decisivo sullo sviluppo delle loro capacità cognitive”, ha affermato uno degli autori, Uwe Sunde, professore di economia presso il Ludwig Maximilian dell’università di Monaco.