Russia, “rischi per banche in Italia, Francia e Austria”

di Redazione Wall Street Italia
18 Dicembre 2014 14:54

ROMA (WSI) – “In Russia le prospettive sono cattive per tutte le banche, comprese le filiali degli istituti francesi, italiani e austriaci. A differenza dei loro omologhi russi, tuttavia, queste possono essere salvate dalle banche madri, se lo volessero”. Parla così il professore Philip Hanson, analista di lungo corso del Royal Institute of international Affairs, Chatham House, intervistato dall’agenzia di stampa AdnKronos.

Una decisione in questa direzione “dipenderà da un trade-off tra arginare le perdite a breve termine o perdere quote di mercato in Russia nel lungo periodo”, osserva, aggiungendo che “questo dipenderà da come ogni banca vede le proprie prospettive di lungo periodo nel paese”.

Hanson – che è stato professore emerito del Centro per gli Studi sulla Russia e l’Est Europa dell’Università di Birmingham, di cui è stato direttore per diversi anni, – si sofferma anche sulle misure che sono state varate dalla Banca centrale russa per frenare il crollo del rublo. “La Banca Centrale russa deve riconquistare la fiducia del mercato, e questo adesso è estremamente difficile”. Per Hanson “un forte aumento dei tassi di interesse ha già dimostrato di non riuscire a fermare la caduta della valuta nazionale” e “allo stesso tempo, tassi d’interesse elevati sono un deterrente per gli investimenti”.

La strada da seguire continua a passare secondo l’esperto per i tassi di interesse. “Penso che la banca debba attenersi a ciò che ha annunciato se vuole salvare la sua credibilità tanto danneggiata. Ciò significa persistere con una politica forte sui tassi di interesse piuttosto che ricorrere alle riserve”. No assoluto all’ipotesi di controllo sui capitali. “Non sono compatibili con gli approcci liberali della banca centrale e dei ministri dell’Economia e delle Finanze”.

“Una possibilità semmai potrebbe essere un controllo parziale del capitale obbligando gli esportatori a vendere alla Banca Centrale una certa proporzione (per esempio metà) dei loro proventi dall’export in valuta estera”. Una misura che in taluni casi potrebbe essere elusa dagli esportatori, ammette Hanson, ma non nei casi dei ‘big’ che “possono invece essere monitorati e controllati”. (Lna)