Russiagate: come Cremlino agganciò Trump e perché Mueller fallirà

16 Novembre 2017, di Daniele Chicca

L’inchiesta sulla presunta manipolazione da parte delle autorità russe delle elezioni presidenziali Usa, per favorire Donald Trump, ha già portato e porterà con ogni probabilità ancora alla scoperta di casi di corruzione e mostrerà una complessa rete di affari tra Mosca e Washington, ma non porterà mai all’impeachment del presidente americano.

A sostenerlo è Caitlin Johnstone, rispettata commentatrice della piattaforma di informazione economica e politica statunitense Renegade Inc., composta da giornalisti pluripremiati, produttori cinematografici, consulenti aziendali ed ex banchieri. La tesi si basa sul presupposto che la rete di sorveglianza e di intelligence americana è talmente potente e ben attrezzata, che se ci fosse stata un’ingerenza simile dei russi, per giunta con la partecipazione di uno dei due candidati alla presidenza Usa, il direttore dell’FBI avrebbe già in mano le prove.

L’indagine del Russiagate guidata da Robert Mueller – di conseguenza – non otterrà mai le prove che Trump ha colluso con la Russia (un paese nemico degli Stati Uniti e della NATO), per aggiudicarsi la vittoria nelle elezioni di novembre 2016 e che lo ha potuto fare servendosi di una rete di hacker e facendo ricorso a una mega propaganda mediatica fatta anche di fake news.

Il ragionamento è semplice: “da quanto sappiamo sulle rivelazioni sull’NSA della talpa Snowden, dai vari file top secret della CIA pubblicati da WikiLeaks, e dalle controversie riguardanti il controllo quasi “orwelliano” dell’FBI sulla popolazione, e soprattuto dal fatto che “l’intelligence Usa è dotata della rete di sorveglianza più sofisticata, intrusiva e cara al mondo”.

Dopo le elezioni di un anno fa, fonti anonime dell’intelligence hanno fatto rivelazioni anche importanti alla stampa con cadenza regolare, che hanno danneggiato la futura amministrazione. Se ci fosse stata una qualche minima prova sulla collusione di Trump e del suo staff con il governo russo, la comunità dei servizi segreti e di sorveglianza americana ne sarebbe entrata già in possesso e avrebbe probabilmente trovato un modo per passare le informazioni alla redazione del New York Times o del Washington Post.

Lo scontro tra la comunità di intelligence Usa e l’amministrazione Trump è iniziato già l’anno scorso, prima che il leader dei Repubblicani venisse eletto. Invece “non avevano in mano le prove allora e non ce le hanno probabilmente nemmeno ora”, scrive la giornalista “scomoda”, come si autodefinisce, Johnstone. Mueller continuerà a trovare prove di corruzione durante la sua indagine, ma non troverà prove di collusione che portino all’impeachment di Trump.

Retroscena: Cremlino cercò di agganciare Triump già 40 anni fa

Quell che invece è dimostrato è che la Russia ha messo gli occhi su Trump già 40 anni fa. La caccia del Cremlino per agganciare il futuro presidente degli Stati Uniti è iniziata infatti nel 1977 e viene raccontata in un libro. “Collusion“, di Luke Harding, già corrispondente dalla Russia di The Guardian, percorre in 336 pagine i rapporti coltivati da Mosca con il magnate immobiliare poi diventato presidente, in una storia di spionaggio avvincente che sarebbe degna dei romanzi di John le Carré.

Il testo, che in Italia è edito da Mondadori e che è stato visionato in anteprima da La Repubblica, sostiene che gli apparati dei servizi segreti russi hanno iniziato a raccogliere e preparare dossier su Trump fin dal 1977, quando il ricco imprenditore immobiliare newyorchese sposò la modella ceca Ivana Zelnickova. I fascicoli desecretati a Praga un anno fa mostrano il monitoraggio della corrispondenza della donna e del viaggio in patria della coppia: «Secondo i documenti cechi, Ivana aveva menzionato il crescente interesse del marito per la carriera politica».

“Da questo nasce il primo invito nella capitale russa, ospite di Stato nel 1987 per discutere di investimenti: «Trump scrisse che quella di Mosca era stata “un’esperienza straordinaria”. I Trump alloggiarono nella suite Lenin al National Hotel, vicino alla Piazza Rossa, la stessa dove nell’ottobre 1917 Lenin e sua moglie avevano passato una settimana. Di sicuro era piena di cimici». I progetti non si concretizzarono. Ma fu al ritorno da Mosca che per la prima volta Trump «accennò alla possibilità di darsi alla politica, e non come sindaco o senatore. Stava pensando alla presidenza. Il 2 settembre 1987 — meno di due mesi dopo — esce sul New York Times un articolo dal titolo: Trump lancia vaghi segnali di candidatura».”

Uno dei capitoli del libro si concentra sull’amicizia stretta da Trump con Aras Agalarov, il re dei centri commerciali vicino al Cremlino. “Un’intesa cementata – racconta il quotidiano italiano – dall’edizione 2013 di Miss Universo — evento gestito da Trump — tenuta proprio a Mosca. E dalla frequentazione con Agalarov arriva nel mezzo della campagna elettorale l’offerta di materiali compromettenti su Hillary Clinton, «forniti direttamente dal governo russo».”

“Ma tutti gli uomini scelti da The Donald per la sua corsa alla presidenza hanno rapporti antichi con gli oligarchi putiniani. C’è Carter Page che discute con Igor Sechin, numero uno del colosso energetico statale Rosneft, la fine delle sanzioni contro la Russia. Ci sono Paul Manafort e Rick Gates, gli strateghi dell’elezione, da un decennio a libro paga del presidente filorusso dell’Ucraina e dell’industriale Deripaska. E c’è il generale Michael Flynn — nominato consigliere per la sicurezza nazionale — che pure aveva ceduto alla seduzione moscovita. «Era quasi come se Putin avesse avuto voce nella nomina del gabinetto Trump».”

Esce “Collusion”: spy story eccezionale, ma senza prove che incastrino Trump

“Con i magnati dell’Est The Donald ha concluso affari straordinariamente vantaggiosi. Dmitrij Rybolovlev, il miliardario che ha rilanciato il Monaco calcio, nel momento più nero della crisi del mattone gli compra la villa di Palm Beach per 95 milioni di dollari, il doppio del prezzo sborsato poco prima da Trump. Poi, alla vigilia della diffusione delle mail della rivale Clinton, Rybolovlev vola più volte nelle città dove si trovava il candidato. Non è stato l’unico russo ad acquistare appartamenti di prestigio dal futuro presidente: il libro ne descrive parecchi, alcuni dei quali arrestati per mafia. «Per quarant’anni i condomini extralusso di Trump avevano svolto il ruolo di lavanderia del denaro di Mosca». Ma la pista più inquietante è quella che passa dalla Germania”.

Ma è con il tracollo immobiliare del 2008, che arriva la svolta. Trump è sull’orlo dal crac, è indebitato soprattutto con Deutsche Bank, “tanto da rispondere con azioni legali alle richieste dell’istituto. Ma due anni dopo la banca gli concede altri cento milioni, decisivi per sfuggire alla bancarotta. Quando entra alla Casa Bianca, i prestiti con la Deutsche Bank erano arrivati a 300 milioni di dollari”.

Collusion” ricostruisce la gigantesca triangolazione tra Mosca, Francoforte e New York per aiutare Trump. «Tra il 2010 e il 2015 furono spostati 10 miliardi dalla Russia in Occidente. Vtb, una banca del Cremlino gestita da persone vicine all’Fsb, sembrava essersi impadronita della filiale di Mosca di Deutsche Bank. Le divisioni di Deutsche Bank di Londra e New York avevano tratto benefici economici da questa situazione. Mentre avveniva tutto questo, Deutsche Bank prestava centinaia di milioni al futuro presidente».

Quello di Harding, che ha anche incontrato Christopher Steele, l’ex agente britannico incaricato dagli oppositori Repubblicani di The Donald di indagare sul complesso intreccio del Russiagate, è un libro inchiesta da leggere, un processo indiziario variegato e dettagliato, ma chi spera di trovarci la prova definitiva per incastrare Trump rimarrà deluso.