RISO: SALIRA’ DEL 50% ENTRO AGOSTO

9 Maggio 2008, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – È allarme riso anche in Europa e, soprattutto, in Italia, che con 228 mila ettari seminati nel 2007 produce la metà di tutto il riso Ue (407 mila ettari): si attendono rincari fino al 50% per i consumatori. A brevissimo. Parola di Dario Scotti e Mario Preve, presidenti rispettivamente del gruppo Riso Scotti e di Riso Gallo. I due rivali (entrambi trasformatori di materia prima, più che risicoltori), forse per la prima volta, sono d’accordo: per l’industria risiera europea e nazionale si annuncia un periodo difficile. Colpa, soprattutto, dei biocarburanti, «una follia» dice Preve: «Non si può coltivare mais per fare la benzina, avere serbatoi pieni e pancia vuota».

L’impatto della crisi alimentare, nel nostro Paese, «si rifletterà sui prezzi finali del riso in due-quattro mesi, con aumenti intorno al 40-50%», prevede Scotti, 214 milioni di giro d’affari al 30% generati dall’estero (10 milioni dalle risaie in Romania). E Mario Preve, che presiede anche l’Airi, Associazione industrie risiere, è più cauto ma conferma l’impennata in arrivo: «Il costo alla produzione è salito del 70% negli ultimi due mesi — dice —. Si tradurrà, in un mese o due, nell’incremento del 30% dei prezzi al consumo».

Quella del riso «non è una crisi temporanea ma strutturale», dice Preve, che esporta in 62 Paesi «il 30% del fatturato contro il 5% di dieci anni fa». «L’impressione è che non sia finita», concorda Scotti, che prevede: «Ora ci sarà una piccola rivoluzione nel consumo alimentare, con aumento di private label (le marche dei supermercati, ndr. ) e discount nei cereali. Un problema per l’industria di marca». La settimana scorsa il prezzo del riso grezzo alla Borsa di Chicago è un po’ calato, ma dall’inizio dell’anno al 29 aprile il raddoppio resta: da 14,9 a 22,6 dollari ogni 100 libbre (50,8 kg). E quel che più preoccupa, in Italia come in Europa, è la diminuzione delle risaie.

Nel nostro Paese (dove peraltro consumiamo pochissimo riso, 5 chili a testa contro i 12 della Grecia e i 65 della media mondiale), la superficie seminata a riso è prevista in diminuzione del 2% quest’anno, dice l’Airi. E per l’Europa il calo stimato è dell’1,5%. «L’industria europea rischia il calo di produzione», dice Roberto Carriere, direttore Airi. È una novità degli ultimi due anni. «Nonostante gli inviti del ministero dell’agricoltura a coltivare di più», come nota Preve, è dal 2005 che la semina a riso diminuisce nell’Ue (-5%). Un guaio, visto che l’Europa non è autosufficiente, producendo soltanto il 60% del riso che consuma (1,6 milioni di tonnellate l’anno scorso nell’Ue a 25, contro 2,4 milioni).

Perché succede? Alcuni grandi produttori europei, come il gruppo Herba di Siviglia che controlla la francese Lustucru, attribuiscono il decremento produttivo europeo — 20 mila tonnellate in meno in due anni — soprattutto a cause esogene, come la siccità spagnola. Ma, benché Preve ricordi all’origine del calo di offerta (e della conseguente impennata dei prezzi) anche eventi incisivi come «la Cina che consuma più carne» (dunque vira a foraggio la coltivazione di riso) e l’«India che ora mangia il proprio riso migliore, riducendo l’esportazione», resta la benzina «ecologica» il principale imputato, perché sottrae terreni al riso, a vantaggio di mais e frumento.

«Colpa del petrolio — dice Scotti —. Il suo rincaro rende conveniente per gli agricoltori coltivare cereali per produrre energia. O si prendono decisioni coraggiose, come coltivare gli Ogm, o ci si deve rassegnare a che i cereali costino più cari. Prepariamoci a un periodo di prezzi alti per il cibo». E gli stessi spagnoli di Herba ammettono: «Non si tornerà più ai prezzi del riso di un anno fa, con questa politica dei biocarburanti».

Quello che non vedremo in Europa è la penuria di riso, i razionamenti all’americana: «Siamo Paesi ricchi, disposti a pagare qualche decina di centesimi in più», dicono gli spagnoli. Quello che, invece, vedremo sempre più, è il completamento del passaggio industriale dal confezionamento della materia prima alla materia prima elaborata: quel «ready meal», il piatto pronto, che già ora in un gruppo come Scotti vale il 20% del fatturato ed è destinato a crescere. «Esportiamo il concetto di risotto», dice Preve. A chi può permetterselo, naturalmente.

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