Riforma banche credito cooperativo: nuovo schiaffo ai cittadini?

16 Febbraio 2016, di Laura Naka Antonelli

ROMA (WSI) – E’ ufficiale. La riforma delle  banche di credito cooperativo è diventata realtà con l’apposizione della firma del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale n. 37 del 15 febbraio 2016 del decreto D.L. 14 febbraio 2016, n. 18. E non si ferma l’ondata di polemiche, che si era già intensificata negli ultimi giorni.

Così hanno commentato i deputati del Movimento 5 Stelle:

“Lo schema è sempre lo stesso: mettere le mani in tasca ai cittadini, depredare il risparmio e la cooperazione: la privatizzazione dei profitti e la socializzazione delle perdite”. Ancora: “E’ ripugnante l’idea che una banca che ha fatto profitti grazie a forti esenzioni fiscali e, dunque, grazie alle tasse dei cittadini, possa scappare via dal sistema della mutualità con il bottino, pagando soltanto un obolo”.

Continuando, nella nota si legge che:

“L’idea della way out per gli istituti maggiori, poi, è la classica misura ‘ad bancam’ per amici e parenti di Renzi e Lotti. Una misura che, peraltro, ottiene l’effetto opposto rispetto alla ratio della riforma. Invece di pensare a cittadini e imprese schiacciati dalle tasse  l’esecutivo confeziona riforme su misura per gli amici degli amici, coprendo i loro buchi con le risorse accumulate onestamente dal credito cooperativo e tramandate di generazione in generazione”.

Federcasse stessa, associazione delle banche di credito cooperativo:

“constata l’accoglimento di alcuni elementi caratterizzanti l’impianto della proposta messa a punto dopo un ampio dibattito interno al credito cooperativo e un confronto con il ministero dell’economia la Banca d’Italia”. Detto questo: “esprime forti perplessità anche di natura tecnica su alcuni profili del provvedimento, oltre a ribadire la non condivisione della modalità con cui verrebbe resa possibile la cosiddetta way-out e del mancato recepimento di quanto previsto nella proposta di autoriforma sulle specificità di alcuni territori a statuto speciale, in particolare per il sistema delle Casse Raiffeisen altoatesine”.

Il pomo della discordia non solo nel mondo dell’opposizione al governo ma anche tra gli esperti è proprio la “way out”, ovvero la possibilità per le Bcc che non lo desiderino di non aderire al grande gruppo del credito cooperativo, a patto che le riserve siano di almeno 200 milioni di euro e, anche, che versino all’erario un’imposta straordinaria del 20 per cento sulle riserve stesse. Tali banche non potranno inoltre più continuare a operare come banca di credito cooperativo ma dovranno trasformarsi in società per azioni.

Questo è il messaggio di Marco Bindelli, vice presidente e amministratore delegato ai rapporti con il Movimento del Credito Cooperativo della Bcc di Civitanova Marche e Montecosaro:

“Ci sarà tempo per approfondire il decreto appena pubblicato in Gazzetta Ufficiale, ma leggendo la rassegna stampa di questi ultimi 5 giorni sembra che, grazie all’introduzione (confermata) della soglia minima dei 200 milioni di euro di patrimonio netto (e non più di riserve indivisibili come era stato inizialmente annunciato) richiesta per la trasformabilità in società per azioni delle Bcc che non intendono aderire al gruppo unico, tutti abbiano (ri)scoperto l’art. 45 della Carta Costituzionale“.

“C’è addirittura chi urla e richiama i giorni del fascismo che sciolse le associazioni cooperative, come il vicepresidente vicario di Confcooperative Maurizio Ottolini, o chi, come il presidente di Federcasse, Alessandro Azzi, ricordandosi di essere anche avvocato, invoca, con il suo consueto stile alquanto pacato, possibili rilievi di costituzionalità. Caos e stupore serpeggiano in ogni settore. Toscani contro emiliani-romagnoli, trentini e altoatesini rimasti senza parole, politici della maggioranza (e dello stesso partito) che litigano tra loro circa la legittimità del suddetto limite di 200 milioni, le opposizioni che insorgono denunciando il conflitto di interessi e dicendo che è stato snaturato un testo condiviso (condiviso da chi?), centristi che “frenano” e rinviano alla discussione in Parlamento. Anche i quotidiani che non si erano mai occupati della riforma delle Bcc discutono della legittimità della norma, definita ad personam, e dei presunti favori procurati alla Bcc di Cambiano nella quale lavora, con la qualifica di dirigente, il padre del sottosegretario alla presidenza del consiglio Luca Lotti”.

Bindelli continua:

“Orbene, senza entrare troppo in inutili tecnicismi, è evidente a tutti cosa comporta l’affrancamento delle riserve indivisibili pagando un’imposta (benché rilevante) del 20%, sia per i soci, i quali vedrebbero aumentare notevolmente il valore della propria quota (circa 28 volte, nel caso della Bcc di Civitanova Marche e Montecosaro), sia per l’intero sistema del credito cooperativo che registra un aumento considerevole dei rischi di fuoriuscita di Bcc incentivate a ricercare, nell’arco dei 18 mesi, integrazioni (create ad hoc) per arrivare alla soglia minima dei 200 milioni di patrimonio netto. Non occorre essere né un giurista né un costituzionalista per capire che la norma di cui si discute appare discriminatoria e, quanto meno, di dubbia legittimità.

“Perché 200 milioni. e non 100 o 50 milioni., tenuto conto che il limite minimo di capitale per costituire una società per azioni che esercita attività bancaria è appena di 10 milioni e che vi sono attualmente numerose banche società per azioni con un patrimonio netto abbondantemente inferiori a 50 milioni di euro?”

Andando avanti Bindelli si chiede: “Ma dei problemi di legittimità costituzionale legati all’obbligo di aderire ad una holding unica che avrà la forma giuridica di società per azioni senza way out o della capacità della holding stessa di risolvere realmente i veri problemi del credito cooperativo, chi ne ha parlato sino ad ora? Per la verità il decreto legge non impone la costituzione di una sola holding ma, confermando la soglia minima di patrimonio netto annunciata pari ad 1 miliardo di euro, sembrerebbe imporla di fatto (più che di diritto), specie se si tiene conto dei suddetti rischi di fuori uscita in massa di numerose Bcc a seguito della way out.

“In ogni modo, con riferimento al primo aspetto (profili di costituzionalità), era facilmente comprensibile che nessuno avesse voglia di ascoltare il grido di allarme di una “banchetta” che opera nelle Marche e che viene etichettata come “ribelle”; ma non prendere in considerazione nemmeno il professor Francesco Capriglione, già ordinario della Luiss e dirigente del servizio legale della Banca d’Italia, il quale ha tenuto una bellissima relazione sul tema nel corso del convegno promosso dalla Fondazione Capriglione e dall’Università Luiss di Roma“.