Referendum: “Sì” non basterà alle imprese italiane

16 Novembre 2016, di Alberto Battaglia

ROMA (WSI) – Le imprese italiane si sono schierate decisamente dalla parte della riforma costituzionale Renzi-Boschi che sarà sottoposta alla conferma del referendum il prossimo 4 dicembre; la sensazione largamente condivisa dal mondo imprenditoriale è che un governo più saldo possa finalmente avere in mano i poteri necessari a proseguire il processo di riforma. L’aspettativa è che questo sostegno al “Sì” aiuterà a superare in futuro i tradizionali punti deboli del tessuto produttivo italiano.

Tuttavia, l’idea che la riforma costituzionale possa risolvere mancanze radicate in decenni è, forse, troppo ottimistica: a scriverlo è l’Economist in un’ampia panoramica sugli umori dell’imprenditoria italiana in merito all’appuntamento del referendum.

“Anche se una riforma costituzionale aiuterebbe”, scrive il newspaper britannico, “ci vorrà di più per mettere in moto un’economia che sta crescendo a malapena oggi e che rimane grossomodo della stessa grandezza che aveva oltre un decennio fa”.

Eppure le voci che si sono spese in difesa del “Sì” alla riforma non mancano nel mondo dell’impresa: la riforma, dice alla rivista l’ad di Enel Francesco Starace, mostrerebbe “che possiamo cambiare le leggi che per decenni hanno trattenuto indietro la produttività”.

Sulla stessa lunghezza d’onda anche l’ex numero uno di Uber Italia, Benedetta Arese Lucini, duramente attaccata dalla corporazione dei tassisti quando la controversa app sbarcò in Italia: senza grossi cambiamenti allo status quo, nell’ottica di maggiore liberalizzazione e potenziamento della concorrenza in vari settori, “sarebbe stupido [per nuove imprese] essere basati” a Milano.

La stessa Confindustria sembra molto più propensa della media dei cittadini italiani (il “No” resta in vantaggio secondo le ultime rilevazioni) a sostenere le buone ragioni della riforma, nella speranza, in definitiva, che la nuova architettura istituzionale possa favorire i provvedimenti desiderati dal settore.

“Eppure è anche possibile che si esagerino i guadagni potenziali per l’impresa derivanti da un ‘Sì’ al referendum, o, invero, il costo di un respingimento dei piani di Renzi”, scrive l’Economist ricordando subito dopo che la “Corporate Italy è malaticcia per molte ragioni”.

Eccone un breve riassunto: un basso livello di domanda interna per via dell’invecchiamento della popolazione; la cultura avversa al rischio che scoraggia l’impresa; la scarsa quantità di capitali disponibili per il business; il ruolo marginale della Borsa (composta al 70% della sua capitalizzazione da banche, utility, assicurazioni) per la gran parte delle piccole società del tessuto produttivo italiano.

Osservando questo quadro in chiaroscuro, conclude da rivista, “i benefici dei cambiamenti della Costituzione, se avverranno, potrebbero essere incerti e percepiti in modo non omogeneo”, con maggiori difficoltà soprattutto per le piccole imprese.