Fmi, ecco cosa non va in Quota 100 e Reddito di cittadinanza

7 Febbraio 2019, di Alberto Battaglia

Il Reddito di cittadinanza è un provvedimento di inclusione sociale di cui l’Italia ha bisogno, ma, così congegnato sarebbe troppo generoso e scoraggerebbe la partecipazione al lavoro. E’ questo, in sintesi, il giudizio espresso da Rishi Goyal, responsabile della squadra del Fondo monetario internazionale dedicato all’Italia. L’organizzazione ha recentemente ribassato le stime di crescita per l’Eurozona e per l’Italia, con incremento atteso del Pil allo 0,6% nel 2019. Il Fmi ha espresso dubbi, in particolare, sulle due misure di bandiera del governo gialloverde: Reddito di cittadinanza e Quota 100. In entrambi i casi il potenziale di crescita del Paese potrebbe essere danneggiato dalle due misure.

“Il nuovo programma di reddito della cittadinanza mira ad alleviare la povertà e facilitare l’integrazione dei beneficiari nel mercato del lavoro. L’Italia ha bisogno di una moderna rete di sicurezza sociale rivolta ai poveri”, ha concesso Goyal, “siamo preoccupati, tuttavia, che il livello delle prestazioni fornite sia molto elevato rispetto alle buone pratiche internazionali. Ciò potrebbe scoraggiare la partecipazione alla forza lavoro formale e aumentare la dipendenza dal benessere”.

Il reddito minimo garantito, infatti, esiste praticamente in tutti gli altri Paesi europei, ma in nessun caso l’assegno arriva a coprire la soglia di povertà (che varia da un’economia all’altra). (Ne avevamo parlato qui). In particolare al Sud, dove i salari sono più bassi, il contributo del Reddito di cittadinanza potrebbe essere talmente alto, rispetto al salario, da non incoraggiare il ritorno nel mondo del lavoro. In altre parole, chi percepisce il beneficio sarebbe interessato a mantenerlo il più a lungo possibile, a prescindere dalle offerte occupazionali ricevute.

Ancora più netto il giudizio negativo del Fmi su Quota 100, il meccanismo che permette un pensionamento anticipato rispetto ai requisiti della legge Fornero, se la somma di età anagrafica e anni di contributi raggiunge, per l’appunto la quota 100.

“Le inversioni della riforma pensionistica dovrebbero essere evitate”, ha scritto il Fmi nel suo country report dedicato all’Italia, “cambiamenti che riducono l’età pensionabile effettiva aumenteranno ulteriormente la spesa, imporranno ancora più oneri alle generazioni più giovani, lasceranno meno spazio per politiche pro-crescita e minori tassi di occupazione tra i lavoratori più anziani. Anche a politiche invariate, l’Italia affronterà significative pressioni di spesa nei prossimi 2-3 decenni che metteranno sotto pressione i conti pubblici. E’ quindi urgente che… le prestazioni vitalizie dei pensionati siano strettamente collegate ai loro contributi previdenziali”, ha concluso il Fmi.

Secondo i calcoli dell’organizzazione guidata da Christine Lagarde, Quota 100 incrementerà la spesa previdenziale per un valore pari a un punto di Pil. Tale provvedimento si reggerebbe su previsioni di crescita e nell’occupazione “molto ottimistiche”.

Sull’importanza, per la realtà italiana, di conseguire una politica economica in grado di tenere sotto controllo spread, Goyal ha affermato, infine:

“Considerando i forti legami tra banche e governo, la salvaguardia della stabilità fiscale è un prerequisito per la stabilità del settore bancario. Il costo dell’accesso ai finanziamenti all’ingrosso da parte delle banche e le loro valutazioni hanno sofferto con il crescere dei rendimenti sovrani. Ciò detto, sono stati compiuti progressi encomiabili nella riduzione dei prestiti in sofferenza e nella costruzione di riserve di capitale”.