Perché il Recovery fund non metterà il populismo fuori combattimento

30 Marzo 2021, di Alberto Battaglia

L’approvazione del Recovery Fund (o, meglio, Next Generation Eu) da parte della Commissione europea aveva subito fatto pensare a una sonora sconfitta per il populismo.

Recovery fund, le critiche degli analisti

Con il piano di aiuti economici da 750 miliardi di euro l’Europa aveva finalmente trovato quello spirito di solidarietà che da tempo veniva evocato senza successo dopo le sventure dell’austerità. Questa, almeno, è stata la narrazione dominante sugli organi di stampa. Come spesso accade, però, la realtà potrebbe rivelarsi più complicata. A trattare il problema, in un articolo d’opinione comparso sul Guardian, è Hans Kundnani, senior research fellow presso il noto centro studi geopolitici Chatham House.

“Gli economisti sono generalmente scettici riguardo al fondo [Recovery], in quanto lo considerano inadeguato in termini macroeconomici, in particolare se confrontato con lo stimolo fiscale da 1.900 miliardi di dollari che il Congresso degli Stati Uniti ha recentemente approvato”, scrive lo studioso, “sebbene possa non essere abbastanza grande da produrre una vera ripresa, il fondo è abbastanza grande da creare conflitti tra gli Stati membri su come utilizzarlo”.

Questo genere di polemiche, prosegue Kundnani, potrebbe “galvanizzare i partiti euroscettici sia nel nord che nel sud dell’Europa”. Insomma, “è improbabile che la pandemia metta fine all’ondata populista, come speravano molti centristi lo scorso anno”.

Dietro l’angolo c’è la sfida della riforma del Patto di Stabilità

Ma i conflitti sul Recovery fund non saranno gli unici a far emergere prevedibili divisioni. Una sfida forse ancora più importante sta per essere giocata sul terreno del ripensamento delle regole fiscali del Patto di stabilità, che entreranno in vigore (si spera) prima che si concluda il periodo di “liberi tutti”, nel 2023.

“La fase successiva della pandemia potrebbe aumentare ulteriormente il populismo e riaprire i conflitti all’interno dell’Ue emersi durante l’ultimo decennio dall’inizio della crisi dell’euro”, scrive Kundnani, “gli europei stanno iniziando a discutere come e quando tornare alle regole fiscali dell’Ue […]
L’attuale presidente della Bce, Christine Lagarde, ha recentemente affermato di sperare che le regole vengano ‘rivisitate e migliorate’, ma la questione su come farlo nello specifico pone [gli uni contro gli altri] paesi fiscalmente aggressivi come la Germania e i Paesi Bassi e paesi come l’Italia che vogliono più flessibilità”.