Rcep, le conseguenze per l’Ue del trattato commerciale asiatico

20 Novembre 2020, di Alberto Battaglia

Lo scorso 15 novembre è stato raggiunto tra i principali paesi asiatici l’accordo sul trattato di libero commercio più grande al mondo in termini di Pil e popolazione coinvolti. Tale imponenza è dovuta, in massima parte, alla partecipazione della Cina all’accordo, noto con l’acronimo Rcep. E’ il primo trattato commerciale multilaterale che abbia mai visto la partecipazione del Dragone.

Nonostante il peso economico e politico dei partecipanti, che includono anche Giappone, Corea del Sud, Australia, Indonesia e altri 10 Paesi dell’area asiatico-pacifica, l’impatto di questo trattato per l’economia europea sarà limitato e si farà sentire in modo molto diluito nel tempo.
A sostenerlo è il noto think tank europeo Bruegel, secondo il quale, al netto di pro e contro, il Rcep incrementerà il Pil il europeo di circa lo 0,1%. Una conclusione (tratta da uno studio di Petri e Plummer, 2020) che lo stesso Bruegel invita a prendere cum grano salis. Non dimentichiamo, infatti, che al trattato ha di fronte un iter di ratifica che si prevede lungo circa due anni prima dell’entrata in vigore. Una volta operativo, i vari aspetti del Rcep saranno implementati in modo insolitamente graduale, nell’arco di un ventennio.

Rcep, quali rischi e opportunità per l’Ue

Quando viene messo in piedi un accordo commerciale regionale, i Paesi che ne restano fuori rischiano di veder diminuire le proprie esportazioni in quell’area. Questa è la teoria; vediamo nel concreto cosa afferma Bruegel nel caso specifico dell’Ue e del Rcep asiatico.

“La preoccupazione maggiore per l’Ue è lo spostamento delle sue esportazioni verso i membri Rcep… noti in gergo economico come deviazione del commercio (trade diversion). …L’Ue [tuttavia] ha importanti accordi commerciali in vigore in Giappone, Corea del Sud e Vietnam, il che indica che è improbabile che le esportazioni verso quei paesi saranno spostate”.
La cattiva notizia è che la maggioranza delle esportazioni Ue verso i Paesi Rcep (nel 2019) non godono di accordi commerciali privilegiati, e fra questi Paesi figura anche la Cina. “Altri mercati significativi includono Indonesia, Malesia e Thailandia, dove l’Ur deve far fronte a dazi elevati”, ha scritto Bruegel.

In sintesi, la peggiore conseguenza per le esportazioni Ue è che la Cina, dopo l’entrata in vigore del Rcep, potrebbe importare un po’ meno macchinari e manufatti dall’Ue per virare su prodotti analoghi provenienti dal Giappone e dalla Corea del Sud.

“Le imprese europee che competono con i paesi firmatari del Rcep, sia in Europa che su mercati terzi, saranno svantaggiate, soprattutto se non traggono benefici dalle catene di valore integrate della regione”, ha affermato il think tank.

Sull’altro piatto della bilancia ci saranno, però, alcuni benefici. “E’ probabile che i consumatori e le numerose aziende che dipendono dalle importazioni di prodotti intermedi provenienti dall’area Rcep trarranno vantaggio dai prezzi più bassi, che deriveranno dalla migliotata efficienza nelle catene del valore con sede nella regione”, ha affermato Bruegel. In più, gli esportatori verso l’area Rcep trarranno vantaggio dalla crescita del reddito nella regione e – molto probabilmente – da una crescita più rapida”.