QUOTAZIONI ALLA BORSA DEI REATI

3 Febbraio 2005, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) –L’assassino di Alenya Bortolotto ha patteggiato e ha ottenuto la riduzione del 50 per cento della pena. Se terrà buona condotta, comincerà a godere di qualche permesso e sarà libero fra una decina d’anni. Erika e Omar, i due giovani assassini di Novi Ligure, sono già alle soglie della libertà. Negli stessi giorni un uomo è stato condannato a un anno e un mese di carcere con la condizionale, per avere dato a una ragazza una «pacca sul sedere». Una pesante avance sessuale sarebbe dunque proporzionalmente più grave di un efferato omicidio? Qualche giornalista ha dedicato al confronto un commento ironico, molti lettori hanno scritto lettere colme di stupore e di indignazione.

Ma questo è soltanto l’ultimo di una lunga serie di episodi analoghi. Alcuni magistrati hanno chiesto alle aziende di assumere nuovamente un dipendente licenziato per furto, frode o slealtà. Ma gli stessi magistrati, o i loro colleghi, hanno ritenuto che il falso in bilancio e l’accusa di corruzione giustificassero lunghe detenzioni preventive e severe sentenze. Questi fenomeni non sono soltanto italiani. Le cronache giudiziarie francesi, tedesche, inglesi e americane sono piene di episodi analoghi.

Come spiegare queste contraddizioni? Gli storici del diritto sanno che la sanzione penale di un reato riflette sempre le idee o, se preferite, le ideologie dominanti della società in un particolare momento storico. Nelle democrazie popolari il danneggiamento di un bene pubblico (le panchine di un giardino, un cartello stradale) era considerato un reato grave e aveva per conseguenza una lunga pena in campi di rieducazione. Da noi il vandalismo urbano è un peccato veniale e i graffitari possono sporcare indisturbati le case della città. In Cina gli amministratori truffaldini vengono fucilati, da noi per fortuna non corrono questo rischio. Vi sono momenti in cui la renitenza alla leva militare è stata considerata una sorta di tradimento della patria. Ve ne sono altri in cui viene compresa, condonata, giustificata.

Alla borsa della morale nazionale la quotazione di alcuni reati sale, quella di altri scende. Vi sono addirittura reati che scompaiono: l’adulterio, la sodomia, il concubinato, l’aborto, il tentato suicidio (punibile in Inghilterra fino all’altro ieri). E vi sono reati che appaiono: inquinare l’ambiente, molestare una donna, sculacciare un bambino, fumare in un ristorante o addirittura (è il caso di alcune città americane) per strada.

Alla borsa italiana i reati che hanno perduto valore sono quelli che una parte della cultura comunista, socialista e cattolica attribuisce prevalentemente alla società: furti, slealtà aziendale, consumo di droghe, forme violente di lotta sindacale, disobbedienza civile, espropri proletari. In questi casi, la effettiva durata della detenzione, anche quando la sentenza è severa, viene misurata con il criterio della «redenzione».

Sono diventati molto più gravi invece, agli occhi di una parte della magistratura, i reati del «capitalismo» (occultamento di fondi, aste truccate, corruzione, concussione) e quelli che minacciano i nuovi diritti umani emersi nel corso degli ultimi decenni: i diritti delle donne, dei bambini, dei disabili, dei malati. Questa situazione, ripeto, non è soltanto italiana. Ma nei paesi democratici in cui l’iniziativa dell’azione penale appartiene allo stato e la magistratura giudicante costituisce un corpo separato, la scelta dei reati da perseguire è assicurata e garantita, in ultima analisi, dal grado di rappresentanza della classe politica.

Negli Stati Uniti, dopo l’11 settembre, l’amministrazione Bush e l’Attorney general hanno adottato una linea repressiva, poliziesca e illiberale. Credo che abbiano commesso un errore, ma lo hanno fatto nella fondata convinzione che tale giustizia rispondesse in quel momento alla domanda del paese. In Italia, invece, dove inquirenti e giudici fanno parte di una stessa carriera, i magistrati si proclamano «bocca del diritto», invocano l’«obbligatorietà dell’azione penale», trasmettono la convinzione che la legge è una divinità immutabile.

Ma anch’essi agiscono in realtà discrezionalmente secondo la propria coscienza, le proprie simpatie ideologiche e una cultura giuridica tuttora influenzata dal marxismo e dal cattolicesimo sociale. È questa la ragione per cui certe azioni penali e certe sentenze non sono in sintonia con i bisogni, le domande e l’evoluzione della società.
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