QUANTO VALE L’ITALIA

10 Marzo 2008, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) –
La crisi globale del credito, iniziata nel 2007, è caratterizzata da alcuni fatti emblematici. L’Inghilterra ha vissuto, con il caso Northern Rock, la prima corsa agli sportelli da quasi centocinquant’anni.

L’hanno documentata impietosamente le foto dei risparmiatori in coda per ritirare i depositi. Ne è seguita la nazionalizzazione della banca, con grande imbarazzo delle autorità britanniche e della City. La Svizzera ha visto con incredulità la crisi delle due banche principali, Ubs e Crédit Suisse, a causa di errori negli investimenti e addirittura nelle valutazioni. La Francia, con la SocGen, ha assistito alla frode bancaria più grande di tutti i tempi, causata da investimenti sfuggiti a ogni controllo interno. Gli Stati Uniti stanno vivendo il primo crollo dei prezzi immobiliari dagli Anni 30 e hanno visto le proprie banche, rese fragili dalla crisi, ricapitalizzate dai fondi sovrani, cioè fondi statali dei paesi del Medio Oriente e dell’Asia. Uno scenario impensabile fino a pochi mesi fa.

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L’Italia, finora ai margini della tempesta per la scarsa esposizione delle banche ai mutui subprime e ad altri investimenti «tossici», sta anch’essa sperimentando conseguenze negative. La crescita è in rapido rallentamento. E dopo dieci anni di amplissima liquidità globale, il credito più scarso a livello globale ha portato a valutare più correttamente il rischio sui mercati finanziari. Ne ha fatto le spese il nostro debito pubblico, il cui costo, rispetto ai paesi più virtuosi, è tornato a crescere fortemente.

Il termine di paragone per questi calcoli è il titolo tedesco a dieci anni. Il differenziale di costo (in gergo lo spread) dei titoli decennali italiani rispetto ai titoli tedeschi, che si era ridotto sino a 12 punti base nel 2004, si è impennato sino a 70 punti base (ovvero lo 0,70%): il livello più alto dal 1999 da quando con l’euro è scomparso il rischio del cambio. Lo stesso è accaduto ad indicatori più sofisticati di rischio su cui i mercati investono, a riprova che in un mercato finanziario globale nessun Paese può isolarsi dalla crisi.

La causa dell’allargamento degli spread va ricercata nel mercato. Quando il differenziale era minimo esso non rifletteva la scomparsa del rischio-Italia, ma l’eccesso di liquidità del mercato. Con il credito e la liquidità in crisi, lo spread più allargato riflette ora principalmente le diverse condizioni del mercato dei capitali e segnala, più correttamente che in passato, la nostra situazione difficile, storicamente caratterizzata da debito pubblico molto elevato combinato con una crescita molto bassa.

Il problema è che lo spread non è un semplice indicatore di rischio, ma un prezzo. Così, collocare un titolo decennale italiano, costa oggi lo 0,70% in più rispetto a un titolo tedesco di eguale durata, con l’onere a carico del Tesoro, cioè dei contribuenti. Quando il debito pubblico supera il 100%, l’onere aggiuntivo ha una dimensione macro-economica e si aggiunge al peggioramento dei conti connesso direttamente alla mancata crescita. Una storia ben conosciuta al nostro Paese.

Insieme con la mancata crescita, l’allargamento dello spread segnala brutalmente il ritorno dei vincoli di finanza pubblica e rende più stretti i margini per le promesse elettorali, come qualche leader politico ha peraltro ben compreso. Ciò non significa che non vi sia un ruolo o un margine per la politica economica, che anzi diventa più importante. Ma una buona politica economica deve rimuovere o alleggerire i vincoli alla crescita anziché crearne di nuovi, con sprechi o regalie come è accaduto ancora di recente.

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