Quando il fare profitti è importante ma non è lo scopo

2 Febbraio 2014, di Redazione Wall Street Italia

MILANO (WSI) – “Non sei stato assunto per vendere detersivi ma per salvare vite umane”: una dichiarazione sconcertante, che ha accolto un giovane al suo primo giorno di lavoro in una fabbrica di saponi e detersivi. Apparentemente un controsenso. Non cosi per il gigante multinazionale inglese Unilever. Harish Manwani ci racconta in un recente TED la sua esperienza professionale in un’azienda di detersivi spinta dalla missione di cambiare la vita di miliardi di persone.

È la faccia di un nuovo capitalismo illuminato, che si fa strada mano a mano che nel mondo del lavoro si affacciano persone empatiche e sensibili. Persone che si rifiutano di lavorare solo per il loro interesse o per quello esclusivo degli azionisti a scapito di tutti gli altri. Persone che, dentro di loro, si ribellano alla visione restrittiva e miope dettata da Friedman oltre 30 anni fa, per il quale la responsabilità di una azienda era solo ed esclusivamente di fare soldi per gli azionisti.

Sono i leader consapevoli, che una volta arrivati nei posti di comando di piccole aziende o grandi multinazionali, veri e propri eserciti di pace, sono pronti a sfidare il mondo per mettere in pratica quei valori in cui credono fermamente. Quel “vero nord”, come lo definisce Harish nel suo discorso, che indica la strada davanti a cui uno non tentenna, non fa compromessi, indipendentemente dalle circostanze o dalla posta in gioco.

Leader consapevoli forti della loro integrità e forza morale che osano sfidare Wall Street, dichiarando che non si genufletteranno mai più alla gogna degli utili trimestrali.

Harish ci racconta cosa ha scoperto il suo primo giorno di lavoro. Ci racconta del potere di trasformazione che la missione aziendale ha sul mondo, sul mercato, sui fornitori, sui dipendenti e sugli azionisti. Non importa cosa l’azienda produca.

Oggi, catturato da quella visione, lo annuncia con orgoglio al mondo dal suo ruolo di COO di Unilever.

Basta sentirlo parlare per capire dal suo entusiasmo come questa sia la vera motivazione sua e dei suoi collaboratori, rispetto alla semplice, gretta, comune focalizzazione sui profitti. Come cioè un’azienda possa fare ciò che i governi e politici da soli oggi non potrebbero mai fare: cavalcare un programma mondiale per modificare la vita a più di un miliardo di persone nel mondo nei prossimi 5 anni, vendendo detersivi e minestre:

– come possa salvare la vita di più di 5 milioni di bambini che ogni anno muoiono prima dei 5 anni per infezioni;

– come possa invertire il processo di deforestazione che produce l’effetto serra;

– come possa conservare 500 miliardi di litri di acqua ogni anno, cifra che corrisponde all’uso di acqua di un mese di un grande continente;

– come possa in India, con il nuovo progetto Shakti, addestrare e iniziare un esercito oggi già di 60.000 donne, ma destinate a crescere,verso una loro indipendente attività imprenditoriale centrata sulla conoscenza sulla nutrizione e sull’igiene.

Paul Polman, Presidente di Unilever, è personalmente coinvolto nella crociata per rimediare ai difetti del capitalismo. Un rimedio che non viene dallo smettere di produrre, ma dal cambiare lo scopo e la responsabilità del produrre. Non si tratta di altruismo, sostituendo il profitto con il bene comune, o di carità, distribuendo una quota maggiore di profitto gratis, ma di una rivoluzione che integra gli interessi di tutte la parti per creare valore aggiunto a tutti.

Polman sa che fallirà il suo scopo se Unilever non potrà sostenersi facendo profitto. Sa anche però con chiarezza, che il profitto non è il vero obiettivo, ma la spinta e il sostegno per raggiungere i veri obiettivi che gli stati-nazione, oggi agonizzanti, non sono assolutamente in grado di prendere in seria considerazione, nonostante la loro retorica.

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