Economia

Prima casa: sarà lei la nostra pensione?

I dati sono evidenti, e della problematica in questione non si può più far finta di niente. Si vive sempre più a lungo, le finanze pubbliche sono in ambasce, il tasso di sostituzione (pensione vs ultima retribuzione) sarà sempre più basso, il gap previdenziale rimane ancora (molto) ampio per la maggior parte degli italiani. Parafrasando la nota rubrica del direttore Leopoldo Gasbarro: “pensioni, che fare?”.

Suggerimento per i ritardatari

Ecco alcuni suggerimenti per gli incauti ritardatari che alla soglia dei quarantasei/cinquanta anni si rendono conto delle cupe nubi che incombono sul loro futuro. Primo: lavorare più a lungo (se possibile). Gli impiegati e i lavoratori autonomi americani lo hanno già ben capito: nella più recente indagine condotta dal Transamerica Center for Retirement Studies, il 36% dei lavoratori dipendenti prevede di andare in pensione ad oltre 70 anni di età, e il 53% si rende conto che, comunque, dovrà continuare a lavorare anche quando sarà in pensione per poter mantenere un tenore di vita adeguato.

Ma per lavorare anche in tarda età, mette in evidenza il rapporto, occorre mantenersi sani fisicamente e, soprattutto, aggiornati in termini di competenze (Lifelong learning direbbero quelli bravi). Seconda possibilità: sfruttare il valore della propria abitazione, il cosiddetto Home equity nella terminologia inglese. A ben vedere, infatti, il valore del capitale investito nell’abitazione principale costituisce spesso l’asset principale (se non l’unico) nel patrimonio delle famiglie italiane.

Una soluzione estrema, monetizzare la prima casa

Il comportamento ricorrente è sempre stato quello di vedere nel mattone un investimento di lungo termine da lasciare ai figli: ma a tendere, è molto probabile che tale valore debba essere monetizzato per accrescere la liquidità a disposizione ed integrare la rendita pensionistica. Rimane però il problema sul come farlo. Negli Usa, ad esempio, sono disponibili diverse soluzioni finanziarie per sfruttare l’Home equity, tra cui le Heloc (Home equity line of credit) e i Reverse mortage (prestiti vitalizi ipotecari in italiano).

Da noi la cosa è più complicata: le banche si tengono a debita distanza dal finanziare, pur dietro ipoteca, una persona oltre i 70 anni, e la soluzione più fattibile resta la vendita della nuda proprietà che, tuttavia, richiede una contrattazione bilaterale con il potenziale compratore. Per ampliare le potenzialità dell’Home equity come integratore della rendita pensionistica occorrerebbe allora un intervento pubblico: si potrebbe ad esempio adottare uno schema similare a quello presente negli Hecm (Home Equity Conversion Mortgage) americani, in cui il rischio di credito è assicurato dal governo federale.

Nota di costume: per ottenere un Hecm il richiedente deve obbligatoriamente partecipare a una sessione di consulenza con un consulente approvato dall’Hud (Department of Housing and Urban Development), iscritto ad un albo a seguito di specifico esame.

Immaginate che baruffa politica scoppierebbe nel nostro Paese se la legge imponesse l’obbligo di rivolgersi ad un consulente finanziario prima di fare delle scelte di investimento!

L’articolo integrale è stato pubblicato sul numero luglio-agosto 2025 del magazine Wall Street Italia. Clicca qui per abbonarti.