PREZZI, IL CARO EURO DIVIDE L’EUROPA

3 Febbraio 2004, di Redazione Wall Street Italia

I numeri, per cominciare. Dal primo giorno della moneta unica, Capodanno 2002, alla fine di dicembre del 2003 l’inflazione cumulata è stata, in media, pari al 4,1% nei Dodici Paesi dell’euro. L’Italia, però, è l’ultima della classe: 7,7% in due anni. Peggio di tutti, peggio della Grecia (7,3%), della Spagna (7%), del Portogallo (6,2%). Un altro pianeta (più del triplo) rispetto alla Germania (2,3%), all’Austria (2,7%), ma anche alla Francia (4%).

E questo già spiega la faccia da sfinge che il ministro tedesco delle Finanze, Hans Eichel, sfodera ogni volta che il collega italiano, Giulio Tremonti, prende la parola nell’Ecofin per caldeggiare la stampa dell’euro di carta «come rimedio all’aumento dei prezzi». «Prezzi? Quali prezzi?», chiede stupito Eichel ai collaboratori. Ma come, l’effetto euro, il rialzo dei cartellini, le polemiche? «Ah sì quella storia degli aumenti dei parrucchieri e del cappuccino – commenta il tedesco Hans-Gert Poettering, capogruppo del Ppe al Parlamento europeo (stesso partito di Berlusconi) – per noi è una vicenda finita».

IL CASO GERMANIA – E sì. In Germania la polemica sull’effetto euro è durata una stagione. Come conferma anche Karel Mohn, portavoce della «Vzbv», la federazione «ombrello» di 48 organizzazioni dei consumatori, per un totale di 5 milioni di iscritti. «Subito dopo l’introduzione della moneta unica siamo stati sommersi da segnalazioni provenienti dai nostri affiliati. Bar e ristoranti avevano aumentato i prezzi del 50, del 100%. Un taglio di capelli costava fino al 20% in più; le tintorie avevano rincarato di un quinto. Così, da un giorno all’altro. Senza motivo». A quel punto la «centrale» dei consumatori decise di riversare su Internet la rabbia degli acquirenti.

Nel luglio del 2002, per sei settimane, circa 250 mila «contatti» segnalarono al sito della «Vzbv» le anomalie e qualche vero ladrocinio nei mercati, nei ristoranti, nei piccoli negozi. Il «forum» diventò subito una specie di «processo telematico»: il commerciante della tal città e della tal via veniva chiamato a replicare alle accuse e se possibile a giustificarsi. Oggi il sito è chiuso. «L’onda dell’inflazione da euro è stata smaltita – osserva Mohn – anche se ci sono ancora consumatori convinti che se avessimo tenuto il marco sarebbe stato meglio».

FURBI E SPECULAZIONI – Il caso Germania dice molto su come sono andate, e su come stanno andando, le cose in Europa. Primo punto: speculazioni, furbate e furti hanno accompagnato un po’ ovunque il «change-over». I berlinesi si infuriavano per il cappuccino d’oro, o per il conto al ristorante (rialzo record: gli spaghetti alla bolognese), i finlandesi assistevano sbigottiti al rincaro dei parcheggi (40% in più), gli spagnoli al balzo dei biglietti del cinema; i belgi pativano le super commissioni bancarie, i portoghesi gli aumenti di giornali e riviste. E così via, come risulta dal repertorio documentato dall’Ufficio europeo dell’Unione dei consumatori (che ha sede a Bruxelles).

Ma in tutti i Paesi (tutti) i portafogli sono stati falcidiati dai rincari dei generi alimentari, in particolare frutta e verdura (complice la gran siccità), con punte fino al 40-50%. Insomma è accaduto esattamente il contrario di quello che per mesi ha predicato in Italia il ministro per le Attività produttive, Antonio Marzano.

INFLAZIONE FAI DA TE – All’inizio del 2003 Marzano ingaggiò una dura polemica con le associazioni dei consumatori che demolivano i dati ufficiali, rovesciando sui tavoli del ministero i listini dei mercati rionali, delle assicurazioni, dei bar, dei trasporti, dei servizi in genere. «L’inflazione è quella dell’Istat, non possiamo avere “un’inflazione fai da te”», obiettava il ministro.

Invece ovunque, non solo in Italia, l’introduzione dell’euro ha segnato innanzitutto la crisi, il collasso, lo spappolamento delle convenzioni statistiche. Per carità i numeri dell’Istat, piuttosto che dell’equivalente spagnolo Ine o dell’olandese Sn, mantengono tutta la loro validità scientifica. Ma sono numeri troppo larghi e quindi generici, sono fotografie scattate a 10 mila metri di altezza, da dove non si distinguono le case dai prati. Figuriamoci una speculazione sui prezzi dalla media dell’inflazione.

Tra il 2002 e il 2003 i generi di consumo hanno preso strade diverse. Alimentari, abbigliamento, calzature, prodotti per la casa hanno cominciato a salire. Elettronica, elettrodomestici, in parte i mobili e altro sono rimasti stabili. Il risultato è che anche i portafogli dei consumatori si sono divisi. Il dato è ormai acquisito. L’inflazione «percepita», cioè quella vissuta in prima persona dai consumatori, è quasi il doppio rispetto alla misurazione ufficiale.

Uno studio della Commissione europea, realizzato a metà del 2003, mostra come, nella zona euro, l’inflazione «percepita» sia rimasta per anni, dal 1996 al 2002, più o meno sotto la linea di quella ufficiale. In altri termini: i consumatori ritenevano che i prezzi al mercato fossero addirittura più bassi di quelli registrati dalle statistiche. Nel gennaio del 2002 il sorpasso, fino al picco del gennaio 2003, quando la «percepita» era pari al 4%, quasi il doppio dell’«ufficiale». Commenta l’analisi della Commissione: «Prende forza l’ipotesi che i consumatori prestino più attenzione ai prezzi degli acquisti regolari».

Lo stesso concetto ritorna, con il linguaggio del senso pratico, nelle interviste di questi giorni davanti ai negozi: «Che mi importa se il televisore al plasma costa meno? Io prima devo comprare le zucchine, la fettina di carne, le scarpe per i figli».

Ma ci sono altre domande: perché in quasi tutti i Paesi europei, dalla Germania al Belgio, la bolla dei prezzi alla fine si è dissolta? Perché invece i rincari degli ultimi due anni pesano ancora in altri Paesi, come l’Italia? Evidentemente il passaggio all’euro non basta a spiegare tutto.

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