Potere come un “trauma cerebrale”, Trump soffre della sindrome di Hubrys

27 Luglio 2017, di Daniele Chicca

Secondo alcune ricerche scientifiche citate di recente dall’Atlantic, i soggetti in posizione di potere prolungata e non soggetta a vincoli particolari, finiscono per agire come se avessero subìto un trauma cerebrale: “impulsivi e, soprattutto, meno empatici”. Non li aiuta il fatto che spesso vengono circondati da una corte di yes man che per ingraziarsi il capo non fanno che assecondarlo, contribuendo al suo distacco dalla realtà.

Diventano inoltre “meno consapevoli dei rischi e, soprattutto, meno capaci di considerare i fatti assumendo il punto di vista delle altre persone”. Sembra proprio di sentire quello che sta accadendo a Donald Trump, un personaggio abituato ad avere il potere, ma che si ritrova pur sempre alla sua prima esperienza da leader in politica, e che con i suoi tweet non ragionati, accuse pesanti e gaffe sta stravolgendo il ruolo presidenziale e sfidando le formalità cui dovrebbe attenersi il capo della Casa Bianca.

Mentre continua a perdere pezzi importanti della sua amministrazione – dopo il portavoce Sean Spicer sembra che anche il segretario di Stato Rex Tillerson sia vicino alle dimissioni – Trump ha fatto di recente un’uscita decisamente più informale e “violenta” del previsto al raduno degli Scout. Quella che doveva essere un’occasione per rendere omaggio all’associazione e ai suoi valori, si è trasformata – a prescindere dai contenuti condivisibili o meno – in una serie di proclami da campagna elettorale conditi da toni aggressivi.

Violando il protocollo presidenziale, Trump ha attacco nell’ordine: il suo precedessore Barack Obama, criticato per non essere mai venuto al raduno; la stampa asservita all’establishment; le numerose fake news sul suo conto. Infine, ha anche affrontato – lui che è un magnate milionario dell’immobiliare – il tema dei soldi, del successo e della “gente più figa di New York”. Queste ultime considerazioni devono essere sembrate decisamente fuori luogo ai presenti.

Le parole di Trump, come riporta il giornalista Andrea Marinelli sul Corriere della Sera, hanno messo in imbarazzo l’associazione dei boy scout e hanno fatto arrabbiare qualche genitore, che ha definito “inappropriate e contrarie ai valori dello scoutismo le parole di Trump davanti a un pubblico di ragazzini delle medie e adolescenti”.

Trump e leader delle multinazionali hanno la sindrome del pollo

“La sindrome di Hubris” come viene definita dai suoi autori, il neurologista David Owen e Jonathan Davidson, in un articolo del 2009 pubblicato sulla rivista Brain “è una condizione patologica che affligge chi assume il potere, in particolare il potere che è associato con un successo travolgente, inaspettato, mantenuto per un periodo di diversi anni e in cui al leader vengono imposti pochi limiti”.

Le caratteristiche “cliniche” della malattia includono perdita di contatto con la realtà, azioni forsennate e insensate, dimostrazioni di incompetenza, disprezzo per gli altri. Sono tutti connotati della presidenza Trump finora, accentuati dal carattere irascibile, suscettibile e istintivo dell’inquilino della Casa Bianca.

Sukhvinder Obhi, un neuroscienziato dell’Università dell’Ontario, ha scoperto che quando le persone assumono potere, perdono (o per meglio dire, il loro cervello perde) alcune capacità fondamentali. Diventano meno percettive, quindi meno empatiche. Sono meno disposte ad ascoltare e a capire gli altri, un aspetto comportamentale che invece, secondo tutti i manuali, dovrebbe essere la caratteristica di base di un bravo presidente o di un apprezzato leader d’azienda.

Come sottolinea Annamaria Testa su Internazionale “i top manager delle multinazionali girano freneticamente per il mondo come polli decapitati: decidono guidati dall’ansia, senza pensare, senza capire, senza vedere e senza confrontarsi. L’ho sentito dire nel corso di una riunione riservata ai partner di un’assai nota società internazionale di consulenza, dal relatore più anziano e autorevole. Mi sarei aspettata qualche brusio di sconcerto tra gli astanti, e invece: ampi segni di assenso. Ho il sospetto che la sindrome del pollo possa appartenere non solo a chi guida le imprese, ma anche a chi governa le istituzioni e le nazioni”.