Piketty come Monti: ostile a inflazione e sovranità di bilancio

21 Marzo 2016, di Alberto Battaglia

Thomas Piketty, economista divenuto celebre nel 2014 grazie al suo monumentale saggio “Il capitale nel 21esimo secolo”, è stato molto apprezzato soprattutto dalla sinistra, che ha letto nel suo lavoro un importante richiamo alle crescenti disuguaglianze fra la popolazione nell’economia degli ultimi decenni. Eppure alcuni aspetti contenuti nel libro restano controversi. Secondo un articolo comparso su Sinistrainrete, firmato da Luca Fantuzzi, nell’opera di Piketty è possibile scorgere alcuni elementi allineati al pensiero unico conservatore delle élite europee.
Uno dei passaggi “incriminati” è il seguente:

Per uno Stato, esistono soprattutto due modi per finanziare le proprie spese: con l’imposta o con il debito. […] La soluzione di gran lunga più soddisfacente per ridurre il debito pubblico consiste nel prelievo di un’imposta eccezionale sul capitale privato. […] Il vantaggio della soluzione fiscale è che permette di modulare lo sforzo richiesto a seconda del livello di patrimonio di ciascuno… Meglio applicare un’imposta progressiva… In una certa misura, è già quanto stanno promuovendo le leggi bancarie europee, quando, in genere, garantiscono in caso di fallimento i depositi inferiori a 100.000 Euro… In ogni caso, sarebbe eccessivo pretendere di azzerare il debito pubblico in un colpo solo. Più realisticamente, supponiamo che si cerchi di ridurre i debiti degli Stati europei del 20% circa del PIL, che permetterebbe di passare… a un livello che si avvicinerebbe alla quota di indebitamento massimo fissata dagli attuali Trattati europei. Per ottenere in una sola volta il 20% del PIL in entrate fiscali, basterebbe […] applicare un’imposta eccezionale, [ma] è anche possibile ottenere il medesimo risultato applicando per dieci anni l’imposta progressiva con tassi […] dell’1% e del 2% e destinando le entrate a un alleggerimento del debito, per esempio con i c.d. “fondi di redenzione del debito“, proposti nel 2011 dal consiglio di esperti economici attivato dal governo tedesco.

L’ipotesi di ridurre il debito attraverso quello che è stato battezzato “European redemption fund”, ossia il trasferimento della parte eccedente al 60% del Pil dai debiti di tutti i Paesi membri in un unico fondo a condizione di mettere a garanzia per i pagamenti futuri svariati asset pubblici, è stata duramente criticata. Infatti, il mancato rispetto delle politiche di rientro dal debito, che resterebbero comunque un onere a carico dei singoli stati, comporterebbe l’esproprio degli asset messi a garanzia (ad esempio le riserve auree della banca centrale). Al singolo Stato membro sarebbe pertanto impossibile, o molto costoso, riappropriarsi di quella sovranità di bilancio che per una certa sinistra è la premessa fondamentale per il perseguimento delle politiche sociali. Piketty, al contrario, ritiene che la convergenza dei debiti pubblici europei sia da promuovere anche attraverso questa strada.

Un altro passaggio citato dal “Capitale” dell’economista francese riguarda l’uso delle politiche inflattive come strumento volto all’abbattimento del debito pubblico da parte degli Stati:

Quella dell’inflazione è certo una soluzione molto attraente. La maggioranza dei più alti debiti pubblici della storia d’Europa […] è stata ridotta in questo modo […]. Ciò posto, vale la pena di insistere anche sul fatto che l’inflazione non è che un sostituto molto imperfetto dell’imposta progressiva sul capitale e può comportare una serie di effetti collaterali poco gradevoli. La prima difficoltà connaturata all’inflazione è il rischio che vada fuori controllo […] La seconda difficoltà connaturata all’inflazione è che perde buona parte degli effetti desiderati quando diventa permanente e anticipata […] A favore dell’inflazione resta un argomento. Rispetto all’imposta sul capitale, che come tutte le imposte porta inevitabilmente a sottrarre risorse a persone che si preparano a spenderle utilmente […], l’inflazione ha il merito, nella sua versione idealizzata, di colpire principalmente chi non sa che cosa fare col proprio denaro […], anche se […] l’inflazione non impedisce minimamente ai patrimoni importanti e ben diversificati di ottenere un buon rendimento […] In definitiva, la verità è che l’inflazione è uno strumento abbastanza grossolano.

Secondo Piketty è assai più preferibile una tassa sui patrimoni, a condizione che “l’imposta sia applicata in tutto il mondo, o quanto meno a livello continentale, pena un’inevitabile concorrenza fiscale; e che vi siano le condizioni per una banca dati globale dei patrimoni, mediante scambio automatico di tutte le informazioni bancarie detenute dai diversi Paesi”, spiega Fantuzzi. Probabilmente consapevole della relazione espressa dalla curva di Phillips, Fantuzzi si oppone all’ostilità nei confronti dell’inflazione manifestata da Piketty: alzare i target di livello dei prezzi, potrebbe, secondo una certa linea teorica, favorire l’occupazione e l’investimento in attività produttive.