Economia

Petrolio torna sopra i 100 dollari, cala l’ottimismo su una tregua in Iran

Il petrolio torna a salire e supera nuovamente la soglia psicologica dei 100 dollari al barile, segnalando come le tensioni geopolitiche restino il vero motore dei prezzi energetici globali. Dopo un avvio di settimana caratterizzato da forti vendite, la giornata di martedì ha visto un rimbalzo significativo, alimentato dai dubbi degli operatori su una possibile de-escalation del conflitto tra Stati Uniti e Iran.

Il  Brent è tornato sopra quota 100 dollari, scambiando intorno ai 101 dollari al barile, mentre il greggio americano West Texas Intermediate ha registrato un rialzo ancora più marcato, avvicinandosi ai 90 dollari. Un recupero che arriva dopo una seduta, quella di lunedì, particolarmente negativa: il Brent aveva perso circa l’11%, scendendo sotto i 100 dollari dopo aver superato i 112 solo pochi giorni prima.

Petrolio in rimbalzo tra cautela e scetticismo

A spiegare il recupero non è tanto un miglioramento dello scenario, quanto piuttosto un riassestamento tecnico del mercato. Come ha osservato Tim Waterer, chief market analyst di KCM Trade alla Reuters, “il rimbalzo moderato di oggi è semplicemente il mercato che cerca di ritrovare equilibrio nel fango”. In altre parole, gli operatori stanno cercando di stabilizzare le quotazioni dopo il forte sell-off, ma restano ben consapevoli che i rischi non sono affatto scomparsi.

Lo stesso Waterer sottolinea infatti un punto chiave: anche se i missili sono momentaneamente “in pausa”, lo Stretto di Hormuz è tutt’altro che tornato a essere una via di transito sicura. Ed è proprio questo nodo a mantenere alta la tensione sui prezzi.

Il peso della geopolitica sui prezzi

Alla base della volatilità c’è ancora una volta la situazione in Medio Oriente. Le dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, avevano inizialmente alimentato l’ottimismo dei mercati. In un messaggio pubblico, Trump ha parlato di “colloqui molto produttivi” con l’Iran e ha annunciato una pausa temporanea nelle operazioni militari contro infrastrutture energetiche.

Parole che hanno avuto un impatto immediato: il petrolio è sceso e i mercati azionari hanno reagito positivamente. Tuttavia, il clima è cambiato rapidamente. Da Teheran sono arrivate smentite nette, con le autorità iraniane che hanno definito “fake news” l’ipotesi di negoziati. A rendere ancora più fragile il quadro è stato anche il ritorno delle ostilità sul campo: proprio martedì, l’Iran ha lanciato nuove ondate di missili contro Israele, dimostrando come il conflitto sia tutt’altro che vicino a una soluzione.

Attacchi e rischi per le infrastrutture

Le tensioni non si limitano alle dichiarazioni politiche, ma coinvolgono direttamente le infrastrutture energetiche. Secondo quanto riportato dai media iraniani, nuovi attacchi hanno colpito impianti strategici: un ufficio di una compagnia del gas e una stazione di riduzione della pressione nella città di Isfahan, oltre a un gasdotto che alimenta una centrale elettrica a Khorramshahr. Questi episodi alimentano il timore di interruzioni prolungate nella produzione e nel trasporto di energia, con effetti diretti sull’offerta globale.

Lo scenario secondo gli analisti

Diversi analisti invitano alla prudenza. Secondo un report di BCA Research, il conflitto mostra segnali di “de-escalation parziale”, ma i rischi restano elevati, soprattutto in relazione allo Stretto di Hormuz. La conclusione è chiara: è ancora troppo presto per scommettere su un calo strutturale dei prezzi del petrolio. La combinazione tra attacchi, tensioni politiche e volatilità delle notizie rende il mercato estremamente instabile.

Uno scenario ancora più estremo viene delineato da Macquarie. Secondo gli analisti dell’istituto, se lo Stretto di Hormuz dovesse rimanere di fatto chiuso fino alla fine di aprile, il Brent potrebbe arrivare fino a 150 dollari al barile. Un livello che supererebbe il massimo storico di 147 dollari registrato nel 2008.

Il ruolo dello Stretto di Hormuz resta centrale. Prima dello scoppio del conflitto, da questo passaggio transitava circa il 20% del petrolio mondiale trasportato via mare. Qualsiasi limitazione o blocco ha quindi un impatto immediato sull’equilibrio tra domanda e offerta. Il rischio di un nuovo shock energetico riaccende anche le preoccupazioni per l’inflazione globale. Prezzi più alti del petrolio si traducono in costi maggiori per trasporti, produzione e logistica, con effetti a catena sull’intero sistema economico.