Petrolio, avvio d’anno più forte dal 2014 durante le proteste in Iran

2 Gennaio 2018, di Livia Liberatore

Hanno segnato i massimi da metà 2015 e registrato il miglior avvio d’anno dal 2014. I prezzi del petrolio hanno raggiunto il risultato grazie ai tagli alla produzione da parte dell’Opec e durante le proteste contro il governo scoppiate in Iran dalla fine di dicembre 2017. Entrambi gli indici del greggio hanno aperto l’anno sopra i 60 dollari a barile, fatto che non accadeva da gennaio 2014.

Il Wti ha aperto a 60,45 dollari a barile, con un picco di 60,74 all’inizio della giornata di negoziazione. Il Brent scambia a 66,81 dollari a barile nella mattina di martedì, in calo dello 0,1%, dopo aver toccato il massimo da maggio 2015 di 67,29 dollari al barile nella sessione precedente.

Secondo una nota ai clienti di Schork Report, “i crescenti disordini in Iran preparano il terreno per un avvio rialzista del 2018”. Nella notte fra lunedì e martedì, alcuni manifestanti hanno preso d‘assalto le stazioni di polizia in Iran, un Paese che è grande esportatore di petrolio. Le forze d‘ordine del Paese stanno facendo fatica a contenere le proteste, le più accese dal 2009. Al sesto giorno di disordini, si contano 22 morti e centinaia di arresti. La tensione non accenna a scendere, con il presidente Usa Donald Trump che ha continuato a twittare a sostegno dei manifestanti e suscitato le reazioni di dispetto dell’Iran.

Pesa anche la situazione in Libia dove c’è stata un’interruzione della produzione, dopo l’esplosione di un oleodotto della Waha Oil. In ogni caso, secondo Jeffrey Halley, analista senior di Oanda, “il calo globale delle scorte e la solida crescita economica hanno controbilanciato il riavvio dell‘oleodotto Forties, nel Mare del Nord, e della produzione in Libia”. Goldman Sachs e Morgan Stanley hanno alzato le rispettive previsioni sui prezzi del petrolio negli ultimi mesi del 2017, parlando di un impegno dell’Opec più forte del previsto per aumentare i tagli alla produzione.