PERCHE’ LA FIAT
HA MESSO IL TURBO

di Redazione Wall Street Italia
20 Luglio 2005 08:07

Il contenuto di questo articolo esprime esclusivamente il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Anche ieri come nelle ultime sessioni di Borsa, caldissimo
il titolo Fiat. Scambi da capogiro: sono passati
di mano 41,8 milioni di pezzi,il 5,2% del capitale. Il
titolo Fiat è sui massimi e sale di quattro-cinque punti
al giorno. In progresso anche gli altri titoli della galassia
Fiat. Ma che cosa sta davvero succedendo, da
quando l’8 luglio, incontrati gli operatori del
mercato, Sergio Marchionne è sembrato
baciato da un vento divino, che spira ogni
giorno sui precedentemente esausti corsi Fiat?

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Ai gestori dei maggiori fondi italiani e internazionali,
Marchionne aveva confermato le prospettive
del Lingotto e le strategie del piano
di riassetto, che promettono il 2006 come
primo anno in utile industriale.
E una trimestrale della holding
chiusa a fine luglio con la conferma
del ritorno all’utile, e il contenimento
delle perdite dell’Auto
in soli 100 milioni
di euro rispetto ai quasi
300 di un anno fa. Basta,
per spiegare il turbo
del titolo? Basta l’attesa a
inizio settembre della Nuova Punto, l’auto da
cui il Lingotto si aspetta grandi numeri e incassi?
No, non basta per niente.

Semplicemente, Marchionne
ha fatto finalmente partire il suo personale
piano-Morchio. Al predecessore, costò la testa perché
la famiglia lo mise alla porta, accusandolo di voler scalare
l’azienda. A Marchionne nessuno potrà riservare
analogo esito. E lui, a differenza di Morchio, può contare
sul pieno sostegno di fondi americani che da tempo
hanno individuato nel titolo Fiat una ottima possibilità.
Sono fondi ai quali Marchionne ha fatto fare ottimi
affari nei suoi anni in Svizzera, come il fondo
Brahman protagonista degli acquisti in questi giorni.
Fondi i cui amministratori sanno che quando Marchionne
dice loro “ok, sono pronto, si parte”, è meglio
prenderlo in parola perché gli affari sono garantiti.

Che cosa questo significhi di preciso, lo scopriremo
presto. Il convertendo delle banche non si eserciterà
però come tutti abbiamo sin qui creduto. Perché holding
e Auto prenderanno alla fine due strade separate,
fervono i contatti riservati per vedere a chi rifilare
l’automotive, e lo stesso Marchionne come un tempo
Morchio potrebbe avere un ruolo personale nell’investimento
necessario e nel raggiungimento delle
partnership industriali necessarie. Se le indiscrezioni
torinesi sono fondate, Marchionne starebbe
esattamente svolgendo lo stesso
compito che nella Rover – tecnicamente
fallita – è toccato in questi mesi ai cosiddetti
Phoenix Four.

Dietro le garanzie
pubbliche per la pensione futura ai lavoratori
convolti, i manager stanno riservatamente
trattando coi cinesi di Shangai
Automotive Industry Corp, con l’altro
gruppo cinese Nanjiing Motors, e
con una residua cordata britannica, il Kimber consortium,
pronta ad affiancare lo straniero. Se al posto
del Kimber mettete una newco con Marchionne
e i suoi fondi americani amici, ecco che per i partner
industriali interessati, magari proprio gli stessi
cinesi, il bis della Rover potrebbe essere Fiat Auto.
In cambio anche qui di qualche garanzia ulteriore
pubblica, naturalmente. E con la differenza che i
britannici alla Rover hanno fatto in cinque mesi e
senza banche di mezzo ciò che noi non siamo ancora
riusciti a fare alla Fiat dopo sei anni.

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