PERCHE’ AHMADINEJAD
VUOLE LA GUERRA

19 Febbraio 2006, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo articolo esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Combattenti della Sepah Pasdaran durante la guerra in IraqLa IAEA non ha raggiunto la certezza che il programma nucleare iraniano punti alla fabbricazione della bomba atomica. E persino la CIA ammette: anche in quest’ipotesi, Teheran non avrà la bomba prima di dieci anni. Ma allora perché il premier Ahmadinejad sfida l’attacco degli Stati Uniti e Israele?

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Putin ha offerto a Teheran di trasferire i processi di arricchimento dell’uranio in Russia, ossia sotto controllo internazionale, a garanzia che il programma atomico persiano è solo civile: Ahmadinejad ha rifiutato anche questa mano tesa.
Non capisce i rischi che corre il suo Paese?
E’ un fanatico folle e irrazionale?
No, risponde Mahan Abedin, un americano di origine iraniana che lavora per la Jameston Foundation, forse il massimo esperto dei segreti del regime persiano (1): Ahmadinejad sa quello che vuole, e corre un rischio calcolato.
Contro gli avversari interni, che gli importano più del nemico esterno americano.

In Iran è in corso uno scontro di generazioni.
Al potere reale, sopra Ahmadinejad, ci sono ancora i clerici ultrasessantenni che, al seguito dell’ayatollah Khomeini cacciarono lo Scià quasi un trentennio fa, nel 1978.
Il guaio è che oltre metà della popolazione iraniana ha meno di 17 anni: giovani che non hanno sperimentato sulla loro pelle il regime dello Scià, dalla cui cacciata i vecchi clerici ricavano la loro legittimità «rivoluzionaria».
Ciò che questi giovani sperimentano nelle loro vite, è l’oppressione moralistica del regime clericale, che vieta loro persino di ascoltare musica pop; l’ipocrisia di «grandi teologi» che citano il Corano ma vivono da straricchi, essendosi accaparrati i proventi del petrolio e il controllo sull’economia e sul commercio, che gestiscono in modo scandalosamente clientelare.
Soprattutto gli studenti urbani non ne possono più.

La rivoluzione religiosa persiana, dopo 28 anni di regime degli ayatollah, è stanca.
Amhadinejad lo sa, e vuole darle nuovo slancio.
Perché con Ahmadinejad sta salendo al potere la «seconda generazione» rivoluzionaria.
I quaranta-cinquantenni che non devono la loro legittimità alla cacciata dello Scià 28 anni orsono.

La loro legittimità, questa generazione se l’è conquistata nei campi di battaglia della lunga, sanguinosa guerra contro Saddam, durata otto anni.
Ahmadinejad stesso viene dalle file dei Pasdaran (guardie rivoluzionarie) che combatterono negli anni ‘80 contro l’Iraq armato dagli americani, e che hanno vinto quella guerra.
Gente con esperienza militare, fortemente ideologizzata, che nei campi della morte – dove hanno visto cadere centinaia di migliaia dei loro coetanei – hanno sviluppato un nazionalismo estremo e una visione messianica della supremazia sciita sull’Islam; fra loro alcune personalità, fra cui lo stesso Ahmadinejad, nutrono speranze di tipo millenarista-apocalittico, non stupefacente in uomini votati alla morte.
Una generazione, si potrebbe dire, di duri e puri.
Non cercano l’arricchimento privato: Ahmadinejad ha conquistato i voti dei poveri e delle campagne anche per il suo stile di vita semplice e povero.

E come i palestinesi hanno votato Hamas non per il suo fondamentalismo islamico, ma per l’efficace rete di assistenza sociale che Hamas ha creato a sostegno della popolazione, così in Iran le masse impoverite, che non vedono un soldo dell’immenso provento petrolifero, hanno creduto alle promesse egualitarie e sociali di Ahmadinejad, e che lui stesso indica
come l’essenza della rivoluzione di Khomeini: se infatti quello instaurato dall’ayatollah è un regno spirituale, perché i privilegi, gli arricchimenti, l’iniquità?
Così il progetto della seconda generazione non è di «moderare» la rivoluzione, ma di «rilanciarla» incarnandola nella giustizia sociale.

Da agosto 2005, nei pochi mesi del suo governo, Ahmadinejad ha sostituito importanti banchieri e personalità a capo delle finanze; praticamente in tutte le provincie ha elevato al posto di governatori compagni d’arme, giovani, con un passato nei pasdaran; ha cambiato profondamente l’esecutivo.
E tuttavia, gli attesi progressi economici e sociali non si vedono.
Evidentemente, perché i clerici settantenni tengono con mano di ferro i monopoli economico-commerciali clientelari in cui consiste il sistema «islamico» (in Iran non vige il libero mercato), e tutti i loro privilegi.

Ahmadinejad ha dunque solo un mezzo per non farsi usurare in un esercizio inefficace del governo: la fuga in avanti.
E’ stato un grave errore americano, dice Abedin, considerare Ahmadinejad un uomo di paglia, messo al potere dagli ayatollah.
Proprio la ripetuta e proclamata fedeltà di Ahmadinejad allo spirito di Khomeini ha, fra l’altro, il senso di una polemica sottile contro gli ayatollah che del khomeinismo seguono la «lettera», ma che tradiscono la rivoluzione con le loro vite di ricchi; e il nuovo premier mostra un grado imprevisto di autonomia dai clerici.

«Persino l’ayatollah Ali Khamenei, il capo spirituale della repubblica islamica, non sembra avere un influsso significativo su Ahamdinejad e la cerchia interna dei suoi fedeli».
Anzi, gli ayatollah sono i più terrorizzati dalla prospettiva di un attacco americano, che Ahmadinejad sembra far di tutto per provocare.

E non solo perché nessuno in Iran crede che una guerra contro gli USA e Israele possa essere vinta.
I riformisti e i moderati temono la guerra, perché capiscono bene che un’aggressione americana sarebbe la fine, per almeno un’altra generazione, per l’emergente movimento «democratico» (o almeno pluralista) che nasce dal basso, dagli studenti di Teheran e dai ceti urbani.
E’ loro chiaro che gli estremisti della «seconda generazione» approfitteranno dello stato di guerra per prendere il pieno controllo della politica interna ed estera, e mettere a tacere le richieste di pluralismo e di liberalizzazione morale.

Ma gli ayatollah hanno da perdere qualcosa di più concreto: il loro sistema di privilegi economici. A 28 anni dall’avvento di Khomeini, il gruppo di potere clericale non è più unito dall’ideologia, ma dalla vasta e complessa rete di monopoli economici, da cui viene fra l’altro la loro capacità di dare «posti» clientelari a una gioventù ampiamente inoccupata.
L’economia di guerra, temono a ragione, darà ad Ahmadinejad l’opportunità di smantellare questa rete e questo potere.

La domanda è: ma Ahmadinejad, per questo scopo, è pronto ad accettare la devastazione del suo paese sotto le bombe americane?
Ecco il punto: per la «seconda generazione», che ha combattuto sui campi della morte della guerra Iran-Iraq, la devastazione è l’occasione di una «catarsi completa», la purificazione del regime.
Sotto le bombe, l’occidentalizzazione strisciante sarà bloccata; l’Iran riapparirà nel mondo islamico come il faro della lotta e della sofferenza nella «guerra di civiltà» in corso, e potrà porsi alla testa della rivolta musulmana contro il sistema di vita occidentale, che sta crescendo sotto i loro occhi.
Devastazione?

La «seconda generazione» di cui Ahmadinejad è l’esponente, ha già vissuto le devastazioni, le ferite, le penurie di una guerra spaventosa durata otto anni, ed ha visto che si può sopravvivere. La vittoria contro Saddam ha provato, almeno agli occhi di questi combattenti, che per quanto devastato, l’Iran «non è conquistabile».
La sua vastità e la sua demografia rendono proibitiva un’occupazione americana sul terreno.

Del resto, che l’Iran non sia sul punto di sparire sotto le bombe deve crederlo anche Pechino, visto che sta firmando con Teheran un contratto da 100 miliardi di dollari per lo sviluppo del giacimento iraniano di Yadavaran, progetto che durerà parecchi anni (2).
Lo scenario più probabile è quello del «contenimento di lunga durata» che gli USA applicarono contro Saddam tra il 1991 e il 2003: periodiche, ripetute campagne di bombardamenti , seguite da pause più o meno lunghe, un embargo crudele e un severo isolamento internazionale.
Dodici anni di questo regime non hanno fatto cadere Saddam; Ahmadinejad ha buone ragioni per ritenere che non farà cadere il suo regime.
E dodici anni sono un periodo che può far fiorire opportunità e alleanze oggi insperabili, vista l’ebollizione del mondo islamico, e l’instabilità planetaria innescata dall’avventurismo americano.

In questo calcolo della seconda generazione può esserci qualche errore.
In quanto potenza sciita, è improbabile che l’Iran conquisti i cuori e l’egemonia nel mondo musulmano, massicciamente sunnita.
E già la provincia iraniana di Sistan vo Balochistan (al confine con Pakistan e Afghanistan), abitata da sunniti, è di fatto fuori del controllo di Teheran: gli americani possono imporre una «no fly zone» in quest’area, che verrebbe infiltrata facilmente dal genere ambiguo di estremisti tipo «Al Qaeda», che in Iraq non hanno fatto altro che massacrare sciiti.

Altri gruppuscoli sciiti ultra-estremisti, per ora tenuti sotto controllo dalla polizia iraniana, possono alzare la testa per il disgregarsi dell’organizzazione del regime sotto attacco, e con soldi americani (Bush ha stanziato 75 milioni di dollari per finanziare i gruppi avversi agli ayatollah).
Ma c’è un errore di valutazione che può essere davvero fatale.
E si vedrà se il Pentagono, constatata l’inefficacia dei bombardamenti convenzionali e della strategia di isolamento, lancerà sull’Iran la bomba atomica.
Allora Ahmadinejad non avrà solo un paese devastato: avrà un paese incenerito.

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Note


1) Mahan Abedin, «Ahmadinejad on the warpath», Asia Times, 18 febbraio 2006.

2) «China, Iran near huge oil field deal», Associated Press, 17 febbraio 2006.

3) Iason Athanasiadis, «Funding the regime Change», Asia Times, 18 febbraio 2006.

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