Per Matteo Renzi vittoria a larghissima maggioranza: 130 sì, 20 no, 11 astenuti

29 Settembre 2014, di Redazione Wall Street Italia

ROMA (WSI) – Centrotrenta voti favorevoli, 11 astenuti e 20 contrari. Con questi numeri la Direzione del Partito Democratico ha approvato la relazione del segretario/premier Matteo Renzi sul Jobs Act. La mozione, sottolineano fonti dem, è passata con l’86% dei consensi. Massimo D’Alema e Pierluigi Bersani sono tra i venti esponenti della Direzione Pd ad aver votato contro la relazione del segretario. Tra i contrari Pippo Civati e gli esponenti della sua componente. Dei bersaniani hanno votato “no” Stefano Fassina, Alfredo D’Attorre, Gianni Cuperlo, Barbara Pollastrini, Roberta D’Agostini, Davide Zoggia, così come il presidente della commissione Lavoro della Camera Cesare Damiano. Contro la relazione di Renzi anche il “lettiano” Francesco Boccia e la “bindiana” Margherita Miotto.

Renzi oggi ha usato toni più morbidi dei giorni passati e tentato una doppia mediazione: aprendo alla concertazione con i sindacati e concedendo il reintegro per motivi disciplinari, oltre che discriminatori. Poi dà mandato a Lorenzo Guerini di trattare con la minoranza per un documento finale comune. Preceduto da voci dem che avevano anticipato il fallimento della trattativa, il premier aveva aperto il suo discorso conclusivo con un messaggio diretto alla minoranza: “Trovo che discussioni come quella di oggi siano discussioni belle, anche quando non siamo d’accordo. Trovo che questo sia per me un partito politico, un luogo in cui si discute. Poi, mi piace pensare che in Parlamento si voti tutti allo stesso modo. E’ stata questa la stella polare quando ero opposizione nel partito, lo è a maggior ragione oggi”. La mediazione alla fine salterà, le minoranze votano in ordine sparso ma per il premier nulla cambia: a questo punto, intesa o meno, la direzione ha deciso e “da oggi tutti dovranno adeguarsi”.

Durante il suo discorso conclusivo il segretario/premier aveva risposto agli attacchi di D’Alema e Bersani. “Il Pd sta mettendo in campo una solida e forte proposta di governo; se poi non andrà bene lo diranno cittadini, i mercati”. E poi rilancia “Definire questo governo privo di solidità, tutto slogan e annunci, va contro la realtà dei fatti”. Non risparmia una stilettata diretta a Massimo D’Alema che aveva attaccato il premier duramente sul Jobs Act: “Se non è stata fatta la riforma del lavoro quando c’era la crescita, la colpa non è certo nostra. Su questo Stiglitz ha ragione”. Del resto, spiega Renzi “facciamo quello che per anni avete detto voi” ha attaccato dal palco della Direzione del Pd.

“Dicevate di tassare meno il lavoro e spostare sulla rendita e lo abbiamo fatto. Quando dite che bisogna dare battaglia in Europa per cambiare Europa, noi abbiamo fatto l’operazione dei 300 miliardi che abbiamo fatto tutti insieme, per portare il Pse a non fare solo una trattativa sui posti, come qualcuno voleva fare magari per cercare di sistemarsi lui”.

Il Pd, spiega Renzi, “si candida a rappresentare anche imprenditori e non solo operai: “E’ imbarazzante parlare con quelli che vogliono investire in Italia e rispondere ‘non so quanto pagherai quando vorrai chiudere l’azienda’. Dire questo però è brutto. Nel momento in cui l’imprenditore non ce la fa, non possiamo dire ‘non puoi farlo”. Del resto “Se gli imprenditori del nord-est che prima votavano centro-destra hanno votato per noi è perchè abbiamo regalato a loro e ai loro figli la parola ‘opportunità”, è la linea del leader Pd che ha ben presente da dove arriva una buona fetta del consenso delle europee. E che non ha alcuna intenzione di spingere, come dice nel suo intervento, a fare “zapping” alle prossime elezioni, tardi o presto che siano.

La direzione del Partito Democratico era stata aperta da Matteo Renzi con un lungo intervento che partendo dalle riforme portate avanti dal governo analizzava gli obiettivi futuri del Pd, per poi arrivare all’affondo con il Jobs Act e alla necessità di superare l’articolo 18, elemento di incertezza per gli investitori stranieri: “il rispetto del diritto costituzionale non è nell’ avere o no l’art. 18, ma nell’avere lavoro. Se fosse l’art.18 il riferimento costituzionale allora perché per 44 anni c’è stata differenza tra aziende con 15 dipendenti o di più?” chiedeva il presidente del Consiglio al Nazareno, rispondendosi che la disciplina resterà in piedi solo in due casi: licenziamento discriminatorio e disciplinare. E su questo si è detto pronto al confronto e alla sfida con Cgil, Cisl e Uil su tre punti: una legge sulla rappresentazione sindacale; la contrattazione di secondo livello e il salario minimo.

Alla fine, come previsto, il Pd si spacca. E tutta la distanza tra Renzi e la minoranza sta in quel “voi” con cui il leader Pd si rivolge alla sinistra. “Potete dire che è un errore, che non siete d’accordo, che non ci votate. Ma non riconoscere che c’è un disegno unitario dentro il governo è una cosa che appartiene” ai poteri forti, che oggi il premier ribattezza “aristocrazia”. Adesso per Renzi il tempo delle mediazioni è finito. “Se pensano che mi faccio spaventare si sbagliano di grosso”, tira dritto il leader Pd davanti ad una minoranza che alla prova finale si è anche divisa.

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“Vi propongo di votare con chiarezza un documento che segni il cammino del Pd sui temi di lavoro e occupazione e che ci consenta di superare alcuni tabù che ci hanno caratterizzato in questi anni”. Lo ha detto il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, aprendo la direzione del Pd sulla riforma del Lavoro. Sulle divisioni interne al partito, il premier ha aggiunto: “Le mediazioni vanno bene, il compromesso va bene, ma non si fanno a tutti i costi”.

“Riorganizzazione lavoro e welfare” – Alla direzione del Pd, Renzi chiede “una profonda riorganizzazione del mercato del lavoro e anche del sistema del welfare”. “Serve un Paese che vuole investire e dare risposte ai nuovi deboli che sono tanti e hanno bisogno di risposte diverse da quelle date finora. La rete di protezione si è rotta, non va eliminata ma ricucita, sapendo che c’è uno Stato amico che li aiuta”.

“Dividersi dentro, ma poi uniti” – “Non siamo un club di filosofi, ma un partito politico che decide, certo discute e si divide, ma all’esterno è tutto insieme. Questa è per me la ditta – ha spiegato il premier – . Le mediazioni vanno bene, il compromesso va bene, ma non si fanno a tutti i costi i compromessi”. “Ottanta euro sono un fatto di dignità prima ancora che di giustizia sociale e sono importanti per milioni di italiani e non per 100 editorialisti”, ha ricordato Renzi.

“Rispetto Costituzione è avere lavoro, no art.18” – Il cuore del dibattito è però sull’articolo 18. “Il rispetto del diritto costituzionale non è nell’avere o no l’art. 18, ma nell’avere lavoro. Se fosse l’art.18 il riferimento costituzionale allora perché per 44 anni c’è stata differenza tra aziende con 15 dipendenti o di più? – ha sottolineato il premier. L’attuale sistema del reintegro va superato, certo lasciandolo per discriminatorio e disciplinare. Il lavoro non si crea difendendo regole di 44 anni fa, ma innovando”.

“Risorse per ammortizzatori in legge di stabilità” – “Se vogliamo dare tutela ai lavoratori – ha aggiunto Renzi – non è difendendo una battaglia che non ha più ragione di essere ma intervenendo sugli ammortizzatori sociali con la garanzia del reddito per i disoccupati proporzionale all’anzianità contributiva, come succede in quasi tutti gli altri Paesi”. Il premier ha quindi confermato che “in legge di stabilità saranno stanziate le cifre: sono disponibilissimo a ragionare di stabilità”.

“Sindacato ha bisogno di essere sfidato” – “La riforma dei centri per l’impiego è uno sfidare il sindacato, e il sindacato ha bisogno di essere sfidato anche su questo”. “In altri Paesi – ha proseguito – l’accompagnamento dei disoccupati è svolto dal privato no profit. E dove sta il sindacato o il terzo settore – ha concluso – se non a fianco di chi non ha lavoro?”. Renzi si è quindi detto “pronto a riaprire” il confronto con i sindacati su “una legge sulla rappresentazione sindacale, la contrattazione di secondo livello e il salario minimo”.

“In legge stabilità 2 mld riduzione costo lavoro” – Nella legge di stabilità ci saranno “almeno due miliardi di euro di riduzione del costo del lavoro, ha annunciato il premier, ribadendo che resterà il bonus degli 80 euro e ci sarà un miliardo e mezzo “per i nuovi ammortizzatori sociali”.

D’Alema: “Meno slogan, così effetti del governo sono scarsissimi” – “Penso con sincero apprezzamento per l’oratoria che è un impianto di governo destinato a produrre scarsissimi effetti e questo comincia ad essere percepito nella parte più qualificata dell’opinione pubblica. Meno slogan, meno spot e un’azione di governo più riflettuta credo possa essere la via per ottenere maggiori risultati”. Così Massimo D’Alema nel suo intervento in direzione del Pd.

Bersani: “Discutiamo, ma no al metodo Boffo” – “Cerchiamo di raffreddarci un po’ la testa perché abbiamo i problemi dell’Italia da affrontare. Io dico la mia che non è di quello del 25%, del conservatore o di uno che cerca la rivincita o gioca la partita della vita. Attenzione: noi andiamo sull’orlo del baratro non per l’art. 18 ma per il metodo Boffo, uno deve potere dire la sua senza che gli si tolga la dignità e io voglio discutere prima che ci sia un prendere o lasciare”. Lo ha detto Pierluigi Bersani.

“Riforma del lavoro ci vuole, ma l’art. 18 non è simbolico” – “Certo – ha spiegato Bersani – ci vuole una riforma del mercato del lavoro, che nel secondo Paese industriale deve voler dire qualità e produttività e sappiamo che non abbiamo qualità perché c’è troppa precarietà. Va bene unificare i contratti ma attenzione a dire che l’art. 18 è simbolico, non vale niente. Per 8 milioni di persone conta qualcosa nel rapporto di forza e per chi si dice di sinistra è una questione di principio: dice che non è tutto monetizzabile”.

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Alla fine di questa giornata, a voler tirare le somme, la sorte del governo guidato dal leader del Pd sarà in mano alla minoranza del suo partito. Se infatti tutto dovesse andare come sembra dalle premesse, un muro contro muro e un voto contrario della sinistra su quella che Bersani definisce una “ricetta di destra” sul lavoro, il blocco che ha perso il congresso ma che ha ancora i numeri in Parlamento, si troverà di fronte al dilemma: e ora cosa facciamo in aula? Diamo battaglia al Senato sugli emendamenti per cambiare la riforma e poi alla fine ci adeguiamo alla disciplina di partito?

Certo bisognerà vedere che piega prenderanno gli eventi, “bisogna aspettare di vedere come si comporterà Renzi, che toni e argomenti userà e come finirà la Direzione”, rispondono i bersaniani. Bisognerà vedere se i fondi promessi per dare ammortizzatori sociali a tutti e l’impegno a ridurre i contratti precari basteranno a sedare gli animi. Ma i proclami bellicosi usati in questi giorni e anche in queste ore prima della Direzione non sono un buon viatico e Renzi si prepara ad affrontare una battaglia di trincea in Parlamento sul lavoro e anche sulla legge di stabilità che sarà presentata il 15 ottobre.

E se pure stasera la conta finirà con una sconfitta schiacciante delle ragioni della minoranza, lo stesso premier ha messo in conto che nelle votazioni che partiranno in aula questa settimana la sinistra con i suoi quaranta senatori darà filo da torcere. E che il governo nelle votazioni degli emendamenti più problematici potrebbe spuntarla grazie al soccorso di Forza Italia. Ma se nel voto finale questi voti dovessero diventare decisivi per far passare la riforma, allora si aprirebbe un problema di prima grandezza, tutti ne sono consapevoli.

E quindi la minoranza del Pd dovrà decidere come uscire dall’angolo. Non deve stupire dunque che l’ipotesi che il governo ponga la fiducia sul testo della delega al jobsact venga vista come una sorta di ancora di salvezza.

Costringerebbe tutto il partito a ricompattarsi all’ultimo tornante, dando alla minoranza la possibilità di dire di essersi piegata “perché la fiducia al governo e un’altra cosa e non si può mettere in discussione”, come ammettono gli stessi dissidenti.

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La direzione Pd

“La strada è molto stretta”, ha ammesso l’ex segretario Pierluigi Bersani riferendosi alla possibilità di trovare una sintesi tra le varie anime democratiche sul tema della riforma del lavoro. Alla vigilia della direzione infatti nessun accordo è stato trovato e il Pd rischia una spaccatura profonda sull’articolo 18: la bandiera che Renzi vuole stracciare perché “non serve a niente” e che, al contrario, la sinistra del Pd ha scelto come vessillo della propria esistenza tanto che in molti, come l’ex viceministro dell’economia Stefano Fassina, hanno già detto che una riforma così non la votano.

Se non si arriverà a un’intesa prima dell’incontro del pomeriggio, la direzione si aprirà senza rete e – salvo improbabili ripensamenti del premier – in serata ai democratici non resterà che far la conta dei voti e, ancora una volta, di vincitori e vinti. Con i numeri che sono dalla parte del segretario, che controlla almeno il 68% dei circa 200 membri del ‘parlamentino’ e che potrebbe allargare ancora i suoi consensi. Oggi Renzi inviterà il Pd a valutare nel complesso la riforma senza fermarsi all’articolo 18, e farà la sua proposta che verrà messa ai voti. La minoranza, che potrebbe dividersi sul grado di intransigenza, non ha le forze per capovolgere un epilogo già scritto. In caso di sconfitta potrà cercare la rivincita al Senato: lì la maggioranza ha solo sette voti di vantaggio e “se procedesse mediante un’intesa con le destre”, ammonisce Chiti, “ne seguirebbe una lacerazione grave per il Pd, il governo, il Paese”.