PER MARONI
E CALDEROLI

di Redazione Wall Street Italia
6 Giugno 2005 22:47

Il contenuto di questo articolo esprime esclusivamente il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Signori ministri Roberto Maroni
e Roberto Calderoli, vi
chiedo perdono se ho contribuito,
sia pur minimamente, a portarvi
fuori strada. La mia era solo
fantaeconomics. Una ipotesi di
scuola, un gioco intellettuale. Insomma,
in parole povere, scherzavo
nel prefigurare, giovedì scorso
su questo giornale, l’uscita dall’euro,
la nascita di una nuova Lira
(con la maiuscola) e la dollarizzazione.

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Come tutti i paradossi, lo
ammetto, aveva un fondamento
di verità. Si era capito che dopo il
no francese e olandese, la Lega
avrebbe fatto dell’euroscetticismo
il suo cavallo di battaglia elettorale.
Euroscetticismo, non solo e
non tanto nei confronti dell’Unione
europea, ma dell’euro. L’equazione
è semplice: Prodi è mister
euro, la gente è convinta che la
moneta unica sia la fonte dei suoi
guai, quindi colpisci uno (l’euro) e
ne prendi due (anche Prodi e il
centrosinistra). Così, ci siamo detti:
come si fa a uscire dall’euro e
tornare alla liretta? Impossibile.
In un mondo in cui ormai esistono
solo due valute davvero globali
(dollaro ed euro) e due regionali
(sterlina e yen) con il renminbi
che non si sa ancora dove stia,non
c’è spazio per una moneta locale.
A meno che non diventi l’appendice
del dollaro.

Alcuni amici
hanno fatto circolare il divertissement
anche in qualche istituzione
internazionale e la risposta è stata:
bene, così gli italiani la smetteranno
di prendersela con gli argentini
e questi ultimi capiranno
finalmente di essere italiani fino
al midollo nonostante la lingua
spagnola e le giacche inglesi.
La dollarizzazione, dunque,
equivale all’argentinizzazione. Anche
se io avevo immaginato operazioni
da lacrime e sangue per ridurre
il deficit statale e interventi
straordinari sullo stock del debito
pubblico. In realtà portando fino in
fondo l’ipotesi, l’americanizzazione
sarebbe andata molto più avanti.
Perché si sarebbe estesa anche
all’industria. Bisogna dire ai nostri
gentili amici internazionali che noi
abbiamo ancora una struttura produttiva
(sia pur debole e in declino).
Quindi, la svolta fuori dall’Europa sarebbe stata completa, con
una soluzione per la Fiat (con la
Ford) per Finmeccanica, l’espansione
di Telecom Italia negli States
dove i servizi di telefonia mobile
sono obiettivamente più arretrati.
Anche in questo caso, fantabusiness,
ma non così improbabile.


Perché, dollarizzazione o no, sarebbe
ora che l’industria italiana
si dia una vera dimensione globale,
non solo in Europa, ma soprattutto
penetrando nell’immenso
mercato americano, difficilissimo
anche perché protetto de facto
quando non de jure. Le barriere
d’ingresso sono “di mercato” (dimensione,
organizzazione, logistica,
sostegno finanziario, governance,
ecc.) anche là dove non
esistono barriere doganali.

Così, mi ha turbato l’intervista
che lei, ministro Maroni, ha rilasciato,
annunciando un referendum
per uscire dall’euro. E ieri sono
rimasto esterrefatto, leggendo
le sue parole, ministro Calderoli,
che rilanciavano la costituzione di
una lira nuova con la L e un accordo
di cambio con il dollaro. La ringrazio
per l’attenzione e la considerazione.
Ma, mi dia retta, non
funzionerebbe. Il dollaro sale e
scende a piacimento (o quasi),
spinto dalla bilancia dei pagamenti
americana e da un diritto di signoraggio
dovuto al fatto di essere
la moneta della potenza dominante.
Oggi è più debole dell’euro perché
gli Usa hanno un forte disavanzo
mercantile con l’estero. Se
sale, come avverrà quando lo squilibrio
sarà in parte colmato, dove
finisce il made in Italy? Tenendo
conto che due terzi del nostro
commercio estero si indirizza verso
l’Eurolandia, con netta prevalenza
per Germania e Francia.

Certo, potremmo spostarci in
America latina, ma la geografia
non ci aiuta, quindi ci vorrà un’infinità
di tempo e l’aggiustamento
sarebbe ben più doloroso. Purtroppo,
debbo ammettere che ha
ragione Marco Follini quando dice
che la proposta è
«strampalata». E credo
che Pagliarini e
Giorgetti, al loro ritorno
dagli States, non potranno
non arrivare alla
stessa conclusione.

Ben diverso è se
vogliamo vogliamo ragionare su
come far scendere
l’euro, non sotto impulsi irrazionali
da gettare sui mercati, ma con
una politica economica e monetaria
ben coordinata dai governi e
dalle banche centrali. Le paure suscitate
dal doppio no al Trattato lo
hanno già indebolito e il paradosso
ora è che il Financial Times, mai
tenero con la moneta unica, adesso
si preoccupa della sua debolezza.
E’ interesse dell’Italia che il
cambio si allenti (non troppo per
non provocare un ulteriore rincaro
del petrolio che compriamo in
dollari). Quando Jacques Chirac ci
aprì le porte nel 1998-99, lo fece
perché era convinto che la presenza
della lira avrebbe indebolito
l’euro, rendendolo un po’ meno simile
al marco. Così non è accaduto.
Violando la legge di Gresham,
la moneta buona ha cacciato quella
cattiva. La Germania ne ha sofferto
meno perché tutta la sua economia
era già abituata a carburare
con una moneta solida e stabile. La
Francia ha pagato il suo prezzo, ma
poi è riuscita ad aggiustarsi. L’Italia
è rimasta nel pantano per i motivi strutturali che tutti conosciamo (a
cominciare dalla debolezza del
suo capitalismo industriale).

Romano Prodi ieri ha risposto
di essere «orgoglioso di aver condotto
l’Italia nell’euro insieme a
Ciampi, allora ministro del Tesoro». Ha ragione e noi per quello
dovremmo ringraziarlo. Enrico
Letta calcola che abbiamo risparmiato
44 miliardi in termini di minor
interessi sul debito pagati dal
bilancio pubblico. E’ vero. Dove li
trovate voi, ministri Maroni e Calderoli,
44 miliardi? Nemmeno sospendendo
le pensioni e gli stipendi
agli statali. Però, se la discussione
si trasforma in una rissa da bar
all’insegna di W l’euro contro W il
dollaro, non andiamo da nessuna
parte. Anzi, offriamo un’ulteriore
dimostrazione di quanto debole
politicamente e arretrata
culturalmente sia
la nostra vita pubblica.

Gli entusiasti dell’euro
dovrebbero mostrare
di aver capito quel che
turba la gente, ammettere
che qualche correttivo
andava trovato
già al momento del
grande cambio, ma ancor più oggi,
dopo quattro anni, è ora di porre
rimedio agli effetti distorsivi che la
speculazione ha provocato. L’inflazione
«percepita» è quella relativa:
vuol dire che il potere d’acquisto
non è uguale per tutti e
nemmeno i prezzi delle merci. E
chi ha un reddito variabile ha potuto
aggiustarlo, mentre chi ha un
reddito fisso no. Insomma, dovrebbe
essere pane quotidiano
per la sinistra. Invece diventa il rullo
di tamburo della destra. Quanto
ai dollaristi dell’ultim’ora, sono
ancor più confusi. Mario Monti
ha ricordato quando Bossi voleva
abbandonare la lira e unire la
Padania all’euro (erano i tempi
del secessionismo). Ieri Maroni
ha detto che vuole un’Europa federale.
Ma allora ci vuole una
moneta unica. E come la mette
con la lira, moneta nazionale, che
se ne sta per conto suo e magari
si lega al dollaro? C’è una logica
o è fantapolitics anche questa?
Che guaio abbiamo combinato.
Ce ne scusiamo con i lettori.

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