Pensioni, con quota 100 assegno tagliato fino al 30%

13 Novembre 2018, di Alessandra Caparello

Andare in pensione con la quota 100 del governo giallo-verde significherò avere una decurtazione sull’assegno previdenziale da un minimo del 5,06% in caso di pensionamento con un solo anno di anticipo rispetto alla Legge Fornero, fino a un massimo del 34,17% nel caso di anticipo di 6 anni.

Lo dice il presidente dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio Giuseppe Pisauro, in audizione sulla Manovra davanti alle commissioni di Camera e Senato. Se quota 100 equivalesse alla somma di almeno 62 anni di età e un’anzianità contributiva di 38 anni, la misura potrebbe potenzialmente riguardare nel 2019 una platea fino a 437mila contribuenti.

Per Quota 100 la potenziale platea è costituita per circa il 43% da dipendenti privati (pari a 220mila persone) e per il 36% da dipendenti pubblici (oltre 156mila). Se tutti gli aventi diritto aderissero la spesa necessaria ammonterebbe a oltre 13 miliardi, circa il doppio di quanto stanziato nella Manovra. Questa spesa, incrementata per i probabili effetti amministrativi che si determineranno tra il primo e il secondo anno per effetto dell’entrata a regime dell’anticipo pensionistico, rimarrebbe sostanzialmente stabile negli anni successivi solo se si ipotizzano per il requisito anagrafico della Quota 100 gli stessi adeguamenti automatici alla speranza di vita previsti dal sistema vigente.

Oltre al taglio dell’assegno e al costo di 13 miliardi della quota 100, è in generale sulla manovra 2019 che l’Upb traccia un quadro non roseo.

La manovra peggiora il disavanzo pubblico, sia rispetto al deficit tendenziale sia, per il biennio 2019-2020, rispetto al risultato atteso per il 2018, che verrebbe nuovamente raggiunto solo nel 2021. La riduzione del disavanzo nel 2020 e nel 2021 si otterrebbe peraltro unicamente grazie al mantenimento di una quota di clausole di salvaguardia su Iva e accise, pari rispettivamente allo 0,7 (13,7 miliardi) e allo 0,8 per cento (15,6 miliardi) del Pil.