Pensioni a rischio? Dipende dal lavoro

17 Gennaio 2020, di Massimiliano Volpe

Avere una pensione in futuro per mantenere un adeguato tenore di vita sta diventando sempre più difficile per gli italiani. Il sistema pensionistico si trova difronte a una duplice sfida: fornire un reddito adeguato durante la pensione garantendo allo stesso tempo la sostenibilità finanziaria del sistema previdenziale.
È proprio questo ultimo punto che è al centro di un grande dibattito, visto che alcuni fattori come la scarsa natalità e l’allungamento della vita media potrebbero metterlo sotto pressione nel lungo periodo.

 

Le riforme del sistema pensionistico italiano

Nel corso degli ultimi trent’anni, sono state numerose e tutte finalizzate al controllo della spesa per pensioni che stava assumendo dimensioni elevate rispetto al Pil. Dal 1992 ad oggi si sono susseguite sette riforme (Amato, 1992; Dini, 1995; Prodi, 1997; Berlusconi/Maroni, 2004; Prodi/Damiano, 2007; Berlusconi/Sacconi, 2010 e 2011; Monti-Fornero, 2011).

Questi interventi hanno portato all’innalzamento dei requisiti minimi per ottenere la pensione (sia con riguardo all’età anagrafica sia all’anzianità contributiva), all’aumento dei contributi previdenziali e alla revisione degli adeguamenti degli assegni mensili, ora legati alla crescita dell’inflazione.

L’intervento più radicale è stata la cosiddetta Riforma Dini del 1995 che ha previsto il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo per tutti quelli che hanno iniziato a lavorare dopo il primo gennaio 1996. Con questo sistema l’importo della pensione è legato ai contributi versati durante la carriera lavorativa e si calcola moltiplicando il montante contributivo per il coefficiente di trasformazione relativo all’età del lavoratore alla data di decorrenza della pensione. I coefficienti di trasformazione dipendono anche dalle aspettative di vita che vengono riviste negli anni.

La Riforma Sacconi del 2010 ha poi introdotto l’adeguamento automatico delle pensioni all’aspettativa di vita. Infine la riforma Fornero del 2011 ha esteso a tutti i lavoratori il sistema contributivo pro-rata, alzando contemporaneamente l’età minima per la pensione ed equiparando le donne agli uomini.
Pertanto, da adesso fino al 2022, per incassare la pensione di vecchiaia occorreranno 67 anni di età e 20 anni di contributi, per tutte le categorie di lavoratori, vale a dire uomini e donne, dipendenti e autonomi. Nel biennio 2023-2024 il requisito potrebbe aumentare di tre mesi, stando a quanto stimato dalla Ragioneria generale dello Stato.

 

Ultimi nel confronto internazionale

Malgrado i risultati ottenuti dalle riforme appena citate sul fronte del contenimento della spesa, non mancano richiami da parte dell’Unione europea, del Fondo monetario internazionale e dell’Ocse, che hanno più volte paventato per l’Italia situazioni insostenibili nel medio lungo termine. Secondo l’Ufficio statistico della Ue, nel 2016 (dati più aggiornati) l’Italia ha speso il 16,1% del suo Pil in spesa pensionistica, seconda nell’Ue soltanto alla Grecia (17,5%). Al terzo posto c’è la Francia (15,1%), mentre Paesi come Spagna (12,1%) e Germania (11,8%) spendono meno in rapporto al Pil.

Nel 2016 la media Ue (a 28 Paesi) era del 12,6% e quella dell’area euro (a 19 Paesi) del 13,3 per cento. Questi confronti sono stati però spesso oggetto di critiche, in quanto da più parti si è sostenuto che gli aggregati dei vari Paesi non siano tra loro confrontabili per il fatto che la spesa pensionistica italiana, come calcolata dall’Istat, includerebbe oltre a una componente di natura previdenziale (cioè relativa a pensioni versate in corrispondenza del pagamento di contributi) anche una componente di natura assistenziale. Questa componente è piuttosto elevata per il nostro Paese, mentre altri Paesi includono tale voce al di fuori della spesa pensionistica.

Secondo l’Osservatorio dei conti pubblici dell’Università Cattolica di Milano, anche cercando di rendere omogenei i criteri per il calcolo del livello della spesa pensionistica italiana rimane decisamente superiore sia alla media europea sia a quella dei Paesi Ocse.

 

Cosa fare adesso, il punto di Fornero e Sacconi

Secondo l’ex ministro del Lavoro Elsa Fornero “il sistema ha delle criticità, perché in passato molte persone sono andate in pensione troppo presto a 52-55 anni, a seguito di una miopia delle politiche previdenziali. Detto questo la sostenibilità del sistema pensionistico dipende soprattutto da due fattori: l’andamento dell’economia che consente di creare lavoro continuativo per tutti e lo sviluppo demografico, necessario per avere un rapporto equilibrato tra lavoratori attivi e pensionati.
Non si possono aggiustare tutti gli errori del passato ma è bene ricordare che il sistema pensionistico è un contratto tra generazioni e lo Stato dovrebbe preoccuparsi delle generazioni più giovani che subiranno il costo delle decisioni che si prendono oggi.
Nel 2030 per 100 persone in età lavorativa ci saranno 50 persone sopra i 65 anni e sarà difficile per i giovani sopportare l’onere di tutti i pensionati. Dal 2012 la formula per calcolare le pensioni mette insieme due fattori: i contributi che si versano, più si versa e più si accumula un capitale, e l’età di pensionamento, il secondo fattore. Se si va in pensione prima si prende meno e per questo è necessario che le persone lavorino più a lungo e in maniera continuativa. In questo senso il metodo contributivo è una buona base e consente di abolire i privilegi.

Per la sostenibilità del sistema è poi indispensabile che nascano più bambini e che ci siano più persone occupate che paghino i contributi durante tutta la loro vita lavorativa. Non si tratta quindi solo di formule matematiche ma l’attenzione si deve spostare anche sulle politiche per aumentare l’occupazione e la fecondità, nonché su una gestione efficiente dell’immigrazione. Questi ultimi aspetti sono legati a un problema culturale che bisogna affrontare con molta attenzione”.

Anche per l’ex ministro del Welfare Maurizio Sacconi “la sostenibilità della previdenza è legata alla crescita dell’economia e al mercato del lavoro. Per questo motivo in Italia è necessario ricostruire l’ascensore sociale che al momento è bloccato. Le nuove generazioni dovrebbero raggiungere uno stato sociale più elevato, rispetto a quello di provenienza, grazie ad esempio a un maggiore livello di istruzione. Inoltre è bene sottolineare che la previdenza rappresenta una parte molto importante del bilancio dello Stato e tutti i tentativi di separare pensioni e assistenza sono falliti.
Per cercare di mantenere la situazione dei sistemi pensionistici sotto controllo sarebbe necessaria una convergenza dei sistemi previdenziali in Europa. Un diritto come la pensione è necessario che abbia una soluzione comune. Inoltre è necessario favorire il secondo e terzo pilastro previdenziale, in modo da non pesare troppo solo sull’aiuto del sistema pubblico. Estendere la previdenza complementare è una condizione indispensabile per rendere socialmente sostenibili le riforme del pilastro pubblico che abbiamo fatto dal 1992 in poi.

La pensione integrativa è sempre più importante, se non necessaria, per le giovani generazioni e si deve spingere quanto più i giovani, i loro genitori e le loro famiglie ad aprire presto una posizione previdenziale. Inoltre i fondi pensione dovrebbero pensare un processo di accorpamento e fusione simile a quello che c’è stato per le banche. Altrimenti non saranno mai efficienti. Il tema della previdenza complementare deve essere oggetto di nuovi interventi normativi per favorire l’adesione”.

 

L’allarme dell’Inps

Sulla sostenibilità del sistema pensionistico è intervenuto anche l’Inps, evidenziando alcuni dati che si pongono come condizionanti per le prospettive evolutive dell’intero sistema: gli anziani che si avvicinano alla pensione sono molto numerosi e le nascite sono più che dimezzate proprio rispetto al baby boom degli anni ’60.

La previsione dell’Istat è che nel 2040 la popolazione italiana si sarà ridotta di oltre 7 milioni di unità, nonostante venga ipotizzata una quota costante di immigrati ogni anno. Nelle ultime due relazioni annuali (2018 e 2017), i vertici dell’Inps hanno sottolineato come il nostro sistema pensionistico non sia strutturato per reggere un calo del numero dei lavoratori attivi.

Il sistema di pagamento delle pensioni a ripartizione necessita di giovani che paghino i contributi e che creino nuove attività. Non è previsto l’accumulo di riserve e pertanto le pensioni pagate devono essere in equilibrio con i contributi incassati.

 

I numeri della previdenza in Italia

Per capire l’entità dei numeri in gioco è bene considerare che il bilancio dell’Inps è quello più rilevante nel settore pubblico, dopo quello dello Stato, e il volume del flusso finanziario complessivo alla fine del 2019 sfiora gli 860 miliardi di euro. I numeri sono enormi: 22,5 milioni di contribuenti, 1,5 milioni le aziende iscritte, 15,5 milioni i beneficiari di trattamenti pensionistici e 4,8 milioni i beneficiari di prestazioni assistenziali a sostegno del reddito.

Le fonti di finanziamento dell’Inps sono costituite dai contributi previdenziali pagati dai lavoratori e dai trasferimenti dal bilancio dello Stato. Secondo quanto anticipato, nei dati di preconsuntivo il 2019 dovrebbe chiudersi con un disavanzo di 5,66 miliardi dopo il rosso di 7,83 miliardi di euro del 2018. Nel dettaglio, per l’anno che sta per chiudersi sono attesi 231,8 miliardi di entrate contributive e 101,4 miliardi di trasferimenti dallo Stato a fronte di prestazioni istituzionali per 324,7 miliardi di euro.
Proprio in ragione dei diversi canali di finanziamento, l’equilibrio finanziario dell’Inps va valutato nel suo complesso, senza dimenticare che si tratta di un sistema pubblico, obbligatorio, solidaristico e strutturato a ripartizione e che delle 440 tipologie di prestazioni erogate solo 150 hanno natura previdenziale.

Provocatoriamente il presidente dell’Inps Pasquale Tridico, nella sua relazione annuale per l’anno 2017, ha proposto che il nome dell’Istituto sia trasformato in “Istituto nazionale della protezione sociale” così sottolineando la missione e l’attività “non più solo erogatore di pensioni”.

Il fattore Italia e il confronto internazionale

Nonostante le varie riforme intraprese, il sistema della previdenza come visto non ha trovato ancora un equilibrio. Il confronto con la Svezia la dice lunga su alcune variabili del nostro sistema. Italia e Svezia hanno avviato per prime in Europa il sistema contributivo ma con alcune differenze sostanziali.

In Italia l’applicazione del sistema contributivo è stata molto lenta, mentre in Svezia sono state create le condizioni per partire subito, tanto che il modello pensionistico svedese è preso ad esempio in tutta Europa. Stefano Gronchi, economista che nel 1995 è stato consulente del Governo Dini per la riforma contributiva, su lavoce.info ha descritto la genesi italiana del sistema previdenziale individuando come, a differenza della Svezia dove hanno lavorato i tecnici, in Italia la politica è stata un intralcio per la riforma. “In tempi di concertazione, fu chiesto l’assenso preventivo dei sindacati, che arrivò dopo un conclave di tre giorni.
Fu quindi istituito un tavolo tecnico cui mi fu chiesto di partecipare. Sollecitato dalle forze politiche interessate a tornare alle urne senza la scomodità elettorale delle pensioni, il progetto contributivo fu approntato in poche settimane, ma la sua qualità risultò commisurata al tempo impiegato”. Molte raccomandazioni di Gronchi furono giudicate “difficili da spiegare” o “politicamente inopportune”.

Eppure, tutte diventarono capitoli fondamentali della successiva riforma svedese”. Quanto detto da Gronchi fa capire come, nel nostro Paese, gli interventi siano stati frenati dalla paura che avessero costi politici troppo elevati, mentre in Svezia la politica ha lasciato lavorare i tecnici.

 

Per ulteriori approfondimenti si rinvia al Dossier “Attenti alla pensione” pubblicato sul magazine Wall Street Italia di dicembre 2019.