Pensione: le cinque cose da valutare quando si cambia lavoro 

16 Giugno 2021, di Alessandra Caparello

Non è mai troppo presto per cominciare a pensare alla propria pensione, a tutte le età, e soprattutto quando si cambia lavoro. Quando si valuta una nuova opportunità, sia all’inizio del proprio percorso lavorativo sia quando si è professionisti senior e di esperienza consolidata è importante valutare le proprie scelte anche dal punto di vista dell’impatto previdenziale.

Cambio lavoro: i punti da valutare per la pensione

Così Intoo, la società di Gi Group leader nei servizi di sviluppo e transizione di carriera, evidenzia quali sono i 5 punti da valutare attentamente, in materia di previdenza, quando si cambia lavoro.

  1. L’eventuale riscatto di laurea; cercando di capire se si ottiene solo un tempo aggiuntivo (compro tempo e vado prima in pensione) o se può variare l’importo della prestazione e il relativo sistema di calcolo, con attenzione all’eventuale superamento del massimale contributivo.
  2. Le eventuali totalizzazioni estere, semplici o multiple per chi ha esperienza in più Paesi convenzionati in quanto la complessità di queste ultime può essere maggiore e serve avere visione d’ insieme per capire quale periodo conviene effettivamente totalizzare.
  3. La scelta di una nuova formula contrattuale che non danneggi la storia previdenziale maturata al momento; in alcuni casi, una formula contrattuale da autonomo non penalizza il pregresso previdenziale maturato (tipo una partita IVA semplice con cumulo gratuito). Penalizzazione che una formula sempre da dipendente, ma con retribuzione inferiore potrebbe, invece, portare.
  4. La possibilità e l’opportunità di utilizzare la RITA (rendita integrativa temporanea anticipata) nel caso si abbia una posizione aperta in un fondo di previdenza complementare; richiedibile in alcuni casi di discontinuità professionale e di disoccupazione involontaria oltre i 24 mesi quando non mancano più di 10 anni al raggiungimento del requisito pensionistico di vecchiaia.
  5. Per i più giovani, la valutazione dell’opportunità di adesione alla previdenza complementare facendo confluire anche il proprio TFR per poter in caso futuro utilizzare la RITA, oltre che per compensare il tasso di sostituzione dell’importo pensionistico rispetto alla futura ultima retribuzione, destinato generalmente a decrescere con un calcolo contributivo.

Riforma pensioni in autunno

In scadenza la famigerata Quota 100, l’anticipo pensionistico voluto dal precedente governo, per ora di riforma previdenziale nel Pnrr, il Piano Nazionale di Resilienza e Resistenza non v’è traccia. Tante le proposte avanzate finora da più parti, dai sindacati e anche dal presidente dell’Inps Pasquale Tridico.

Certo la riforma pensioni del governo Draghi arriverà sicuramente dopo l’estate, in autunno con la nuova legge di Bilancio 2022, ma qualsiasi riforma si farà, occorre  regalare finalmente agli italiani regole stabili per il prossimo decennio, garantendo flessibilità in uscita e maggiore equità di trattamento per i contributivi puri.
Così il presidente di Itinerari Previdenziali Alberto Brambilla che lancia le sue “idee” di riforma nel sistema pensionistico italiano.

In primis, dice Brambilla, per garantire un’ordinata uscita da Quota 100, oltre alla “pensione di vecchiaia” con 67 anni di età,e almeno 20 di contribuzione (una sorta di quota 87 o più) si potrebbe innanzitutto, rendere stabile la cosiddetta pensione di “vecchiaia anticipata” con 42 anni e 10 mesi per gli uomini (1 anno in meno per le donne) che scadrà nel 2026.

La pensione di vecchiaia anticipata però deve prevedere  agevolazioni per alcune categorie come le donne madri (ad esempio 8 mesi ogni figlio fino a massimo 24 mesi), i caregiver (un anno) e i precoci maggiorando del 25% gli anni lavorati tra i 17 e i 19 anni di età.

Oltre alla pensione di vecchiaia anticipata, sottolinea sempre Brambilla, si potrebbe rafforzare l’APE sociale, un’altra misura di pensione anticipata estendendola ai lavori gravosi.