Pensione da 63 anni con penalizzazione: le scelte per il dopo Quota 100

18 Ottobre 2021, di Alberto Battaglia

Il termine “naturale” di Quota 100, la misura sperimentale che il governo gialloverde aveva previsto per il triennio 2019-2021, si sta avvicinando. Quale finestra di pensionamento anticipato, rispetto ai requisiti della Legge Fornero, potrà aprirsi in seguito?

Dopo mesi di indiscrezioni alcune proposte sembrano uscire dal tavolo del negoziato, come Quota 41, mentre altre starebbero prendendo forma. Secondo quanto ha scritto il quotidiano La Nazione l’ipotesi più accreditata consisterebbe in un pensionamento anticipato disponibile a partire dai 63 anni di età (contro i 62 di Quota 100), ma con alcune penalizzazioni sull’assegno. Da qui, la nuova etichetta giornalistica di “malus Draghi” per il progetto in questione.

Per la riduzione dell’assegno anticipato sono due le possibili opzioni, una promossa dal presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, l’altra dall’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano (Pd).

La ricetta Tridico

Nel modello Tridico i requisiti sarebbero tre: 20 anni di contribuzione, 63 anni di età e la maturazione di un assegno superiore del 20% rispetto all’assegno sociale. La quota di pensione ottenuta attraverso questa scorciatoia sarebbe solo quella riferita al contributivo fino ai 67 anni. Al raggiungimento di quest’ultimo requisito anagrafico l’assegno sarebbe integrato anche della componente della pensione calcolata con metodo retributivo. La penalizzazione, negli anni che dividono il pensionamento anticipato dai 67 anni sarebbe consistente. “Basti pensare che un lavoratore nato nel 1960 che abbia cominciato a lavorare nel 1985 con uno stipendio di 1.800 euro”, ha scritto La Nazione, “, potrebbe incassare 847 euro a 63 anni e 1.253 dai 67 anni in avanti.

Il modello Damiano

La soluzione proposta dall’ex ministro Damiano prevede un taglio meno drastico nel periodo antecedente ai 67 anni di età, ma la penalizzazione rispetto all’assegno pensionistico non anticipato sarebbe permanente. Per ogni anno di anticipo rispetto al requisito d’età, a partire dai 63 anni, si andrebbe a rinunciare a un 2-3% dell’assegno, fino a un taglio massimo dell’8-12%, ma solo sulla componente calcolata con metodo retributivo. “Rispetto al 2013 quando è stata presentata si tratterebbe di una soluzione meno costosa per lo Stato e meno penalizzante per i lavoratori”, ha dichiarato Damiano, “perché nel frattempo è aumentata la parte [della pensione] calcolata con il sistema contributivo”.