PECHINO, WASHINGTON E IL FUTURO DEL DOLLARO

30 Luglio 2009, di Redazione Wall Street Italia
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(WSI) – Il futuro del dollaro è stato il tema centrale (sebbene non appaia nell’ordine del giorno) dell’incontro ministeriale che si e’ tenuto a Washington dal presidente Obama nell’ambito del cosiddetto «dialogo strategico ed economico» tra Stati Uniti e Cina. Infatti Pechino è sempre più preoccupata che la politica monetaria fortemente espansiva della Federal Reserve e l’esplosione del deficit pubblico americano portino ad un forte deprezzamento del dollaro e quindi a perdite notevoli sulle riserve valutarie cinesi, che superano i 2.100 miliardi di dollari, dei quali due terzi sono denominati in dollari.

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L’inquietudine di Pechino, che con oltre 800 miliardi di dollari è il principale creditore dello Stato americano, non è di questi giorni. La prima clamorosa manifestazione si ebbe alla vigilia del vertice del G20 tenutosi a Londra all’inizio di aprile, quando la Banca centrale cinese pubblicò un documento in cui si proponeva di cominciare a studiare la sostituzione del dollaro, quale moneta mondiale, con i Diritti speciali di prelievo del Fondo monetario internazionale. Questa uscita è stata seguita dagli accordi con Russia e Brasile, in base ai quali gli scambi commerciali con la Cina verranno regolati in renminbi o in rubli o in real brasiliani, e da ripetuti inviti agli Stati Uniti ad assicurare la stabilità del cambio del dollaro e proteggere gli investimenti cinesi.

Queste prese di posizione ufficiali, inabituali per lo stile cinese, possono essere lette in vari modi. Innanzitutto, la Cina teme veramente che il tasso di cambio del dollaro possa crollare e non crede assolutamente alle rassicurazioni americane. Il quotidiano «Il Sole 24ore» ha recentemente riferito che in occasione della sua ultima visita a Pechino il segretario al Tesoro Tim Geithner tenne un discorso all’Università. Ebbene quando Geithner insistette sul fatto che gli Stati Uniti restano a favore di una politica del dollaro forte, il pubblico scoppiò in una crassa risata.

Il crescente scetticismo cinese nei confronti degli Stati Uniti non può oscurare il fatto che i due Paesi siano sempre più interdipendenti. Le enormi riserve valutarie di Pechino sono anche il prodotto del forte disavanzo americano negli interscambi commerciali con il gigante asiatico. È stato giustamente scritto che quando la Cina chiede a Washington maggiore rigore economico è paragonabile «allo spacciatore che chiede al drogato di disintossicarsi». Per questi motivi è anche certo che Pechino non sarà mai l’origine di un crollo del dollaro che danneggerebbe gli interessi cinesi e farebbe precipitare l’attuale crisi economica.

Gli obiettivi di Pechino sono invece molto probabilmente sia politici sia economici. La Cina è perfettamente consapevole che le attuali difficoltà degli Stati Uniti non sono passeggere e che il divario economico tra i due Paesi sta rapidamente diminuendo. Alcuni ritengono che già nel 2015 le due economie avranno dimensioni simili in base alle parità di potere d’acquisto e Goldman Sachs prevede che nel 2020 l’economia cinese supererà quella americana. Tenendo conto di queste ipotesi, Pechino comincia ad avanzare la richiesta che le istituzioni economiche, finanziarie e politiche internazionali debbano cominciare a prenderne atto e che anche il ruolo mondiale del dollaro, simbolo della superpotenza americana, debba essere ridimensionato.

Questi obiettivi strategici nascondono però obiettivi tattici dovuti anche a preoccupazioni reali. La Cina non vuole più continuare ad accumulare carta americana (Treasuries bonds, Treasuries bills, obbligazioni emesse da Fannie Mae e Freddie Mac, ecc.), che teme possa rivelarsi di dubbio valore e quindi fonte di ingenti perdite. Vuole invece avere la possibilità di usare le sue riserve valutarie (che corrispondono ad un quarto della capitalizzazione delle società incluse nell’indice Standard & Poor’s) per acquistare attività reali.

È quanto la Cina sta facendo in Africa, in America Latina ed in Asia, ma non nei Paesi occidentali, poiché lo shopping cinese si scontra con una forte resistenza politica, come è stato confermato dal fallimento dell’acquisto del 20% del capitale dell’australiana Rio Tinto, una delle maggiori società minerarie del mondo. La Cina sta dunque dicendo a Washington di essere disposta ad acquistare altri titoli, con cui gli americani finanziano i loro debiti, ma è pronta a sostenere il dollaro attraverso l’acquisto di importanti partecipazioni azionarie di società statunitensi.

È evidente che Washington non può accettare questa richiesta, che provocherebbe forti reazioni del Congresso e dell’opinione pubblica. E proprio questa difficoltà ha effetti a breve e a lungo termine. Nell’immediato l’amministrazione Obama non è in grado di contrastare le iniziative, anche politiche, di Pechino. A più lungo termine, la questione rischia di diventare ancora più critica. Pechino sta facendo passi da gigante per affrancare la propria economia (le proprie esportazioni) dai mercati di sbocco occidentali, anche sviluppando la domanda interna. Già oggi le esportazioni cinesi verso l’Europa e l’America del Nord sono inferiori a quelle dirette verso il resto del mondo.

Non solo: gli Stati Uniti sanno che la penetrazione commerciale cinese nei mercati emergenti si accompagna ad ingenti investimenti (ed anche prestiti) e alla creazione di un’area di influenza anche politica da parte di Pechino. Ma c’è di più. È stato di fatto creata un’alternativa al Fondo monetario internazionale. Infatti recentemente sono stati sottoscritti gli accordi di Chiang Mai, in base ai quali i Paesi asiatici hanno accantonato ingenti capitali che verranno usati per aiutare i Paesi firmatari in caso di crisi valutaria. Tutto ciò sta a dimostrare che il Governo cinese, mentre persegue l’obiettivo strategico di creare un sistema monetario non più ancorato al dollaro, agisce per allargare la propria area di influenza commerciale, finanziaria e ovviamente anche politica.

Si può azzardare l’ipotesi che l’attuale crisi economica sia destinata a segnare la fine dell’ordine economico che si è affermato dopo la seconda guerra mondiale e che si è ulteriormente allargato e rafforzato dopo l’implosione dell’impero sovietico. La crisi ha accelerato i tempi del declino di questo ordine politico ed economico imperniato sulla potenza americana e sul ruolo mondiale del dollaro. Oggi viviamo una fase di transizione, i cui sbocchi sono difficilmente prevedibili.

Si può comunque ipotizzare che il crescente peso economico di Cina, India, Brasile e Russia e le ferite che l’attuale crisi lascerà nel corpo dell’economia americana incideranno sull’ordine economico e politico mondiale, che potrebbe uscirne profondamente diverso da quello in cui ci eravamo abituati a vivere prima dello scoppio della bolla creditizia statunitense.

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