PATTI INFEDELI

28 Maggio 2005, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo articolo esprime esclusivamente il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Le performance parlano chiaro. Da inizio 2005, tra i dieci migliori titoli dello S&P/Mib ben sei appartengono a società rette da patti di sindacato. E con rialzi, per giunta, di tutto rispetto. Che vanno dal balzo del 33,8% di Rcs al salto del 17% di Edison.

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Insomma, i fondamentali delle società restano importanti, ma quest’anno il driver di Piazza Affari sono gli assetti di controllo. Anche perché, con la recessione alle porte, non c’è nulla che faccia lievitare le quotazioni come un bel gruppo di azionisti stretti da un patto parasociale. E poco importa che si tratti del gotha del capitalismo, o dei vari rami di una famiglia litigiosa. I patti di sindacato, in Italia, sono esistiti da sempre. E da sempre sono stati infranti. E ora, per giunta, è più facile. Soprattutto nella fase maggiormente delicata per gli assetti di controllo, ovvero quando un soggetto esterno cerca di aprirsi un varco nell’azionariato.

Lo è grazie al Testo unico della finanza che, all’articolo 123, stabilisce che gli accordi non possono avere durata superiore ai tre anni e che in caso d’Opa, pur non sciogliendosi il patto, ciascun partecipante può disporre a piacimento della propria partecipazione. Insomma, una sorta di «liberi tutti» che ricoagula l’intesa solo se l’offerta non va a buon fine. Così il patto diventa un ombrello che si può aprire solo quando c’è il sole, mentre alle prime turbolenze è inutilizzabile. In questo modo gli accordi parasociali sono diventati la carta moschicida dei raider o aspiranti tali.

Non a caso, tutte le società oggetto d’Opa o soggette a rastrellamenti selvaggi o ancora sotto scalata più o meno esplicita, sono governate da un accordo fra grandi soci. Quello che era stato pensato come uno strumento per dare stabilità all’azionariato finisce quindi per diventare motivo di conflitto. Senza neppure garantire una governance più rispettosa delle minoranze, né consentire ai manager una gestione priva di interferenze con la proprietà. «Il patto funziona solo fino a quando riesce a esprimere il management che governa l’azienda», commenta Gianni Landi di Nextra.

Ecco perché l’esistenza di accordi di coalizione è diventato un movente importante nelle scelte di molti investitori. «Questo per diversi motivi – spiega Marco Benedetti di Fumagalli-Soldan – In alcuni casi si tratta di intese più deboli di quanto non sembri. In altri, il patto è comunque la miglior forma di tutela in caso di aggressione dall’esterno poiché costringe lo scalatore a pagare le azioni più del valore fondamentale». Ma come muoversi nella giungla dei patti di sindacato per individuare gli obiettivi più promettenti? Ci sono alcune regole da rispettare.

La prima è che i patti siano al loro interno molto numerosi e senza che nessun aderente sia in posizione predominante. È il caso di Rcs (negli ambienti meneghini ormai diventato acronimo di Ricucci-Coppola-Statuto) dove nel salotto buono siedono ben 15 anime diverse che detengono il 63% del capitale e dove il primo azionista, Mediobanca, ha in portafoglio appena il 13 per cento. Il patto, ricompattato un anno e mezzo fa durante la battaglia per estromettere la famiglia Romiti dalla gestione del Corriere della Sera, ora, di fronte all’assalto di Stefano Ricucci, sembra perdere nuovamente il suo smalto. Tanto da spingere il patron di Telecom Italia, Marco Tronchetti Provera, a intervenire per ricordare che «Il Corriere e Mediobanca sono due istituzioni da difendere».

Due realtà, tra l’altro, governate da accordi quasi fotocopia. La breccia aperta sul fronte di Via Rizzoli ha infatti scatenato gli acquisti anche sulle azioni di Piazzetta Cuccia. Il titolo, cresciuto del 20% da inizio anno, nell’arco di una sola seduta (martedì 24 maggio) si è spinto fino ai livelli record del ’98, ossia fino a 15,04 euro. Montano, a loro volta, le speculazioni sulla partecipata Generali, già oggetto nella primavera del 2003 di forti acquisti, bloccati solo da assegni sostanziosi staccati dall’improbabile asse Unicredit-Capitalia. Proprio quest’ultima, tra l’altro, è gestita da un patto a tredici, di cui dieci sono imprenditori con partecipazioni fra l’1 e il 2% e il titolo, da inizio anno, è salito di oltre il 28,8 per cento.

La seconda regola è che al patto aderisca una percentuale di capitale tale da rendere possibile la formazione di coalizioni alternative. Aspetto che ha scatenato la guerra tra Abn e la Popolare di Lodi per il controllo di Antonveneta e che ha alimentato il conflitto in Bnl, dove patto e contropatto una settimana fa hanno inscenato in assemblea una battaglia all’ultimo voto, per eleggere il nuovo board.
Non finisce qui. C’è una terza regola. Ed è quando l’accordo è minato alla base perché tra gli azionisti c’è un socio finanziariamente fragile. Lo è stato Deltaerre in Antoveneta e lo è ora Fiat in Rcs.

La crisi del Lingotto potrebbe allargare le crepe nel muro del condominio di Via Rizzoli. Mirafiori ha bisogno di disfarsi di quel 10% di Rcs ma l’idea iniziale di passare il pacchetto nelle mani della controllante Ifil ha scatenato la reazione di alcuni pattisti. La stessa Edison, appena ridisegnata, verrà governata da un patto a due Aem-Edf che sulla carta riconosce pari poteri ai due azionisti. Sul piano finanziario, tuttavia, l’utility milanese non ha certo le stesse possibilità del colosso transalpino.

La quarta regola serve per orientarsi nella giungla normativa che disciplina soprattutto il sistema bancario. Oltre che dai patti di sindacato il comparto è governato da vincoli che impediscono a soci industriali di prendere partecipazioni sopra il 5% e a partner stranieri di salire nel capitale senza l’autorizzazione di Bankitalia. Per districare la matassa è necessario capire dove soffia il vento, ossia interpretare l’orientamento del governatore Antonio Fazio. Ecco perché Piazza Affari ha scommesso a più riprese sul ruolo destabilizzante che il primo socio di Banca Intesa, il Crédit Agricole, potrebbe giocare sull’azionariato. La banca francese, che ha in mano il 18% di Piazza della Scala, non ha mai nascosto la volontà di crescere ulteriormente. Così come il Santander di Emilio Botìn che ha più volte ribadito l’intenzione di salire nel Sanpaolo Imi una volta scaduto il patto, nel 2007.

Infine, vanno analizzati anche quei casi in cui qualche aderente al patto è pronto a tradire perché ritiene di contare poco nell’assetto attuale. La quinta regola è tipica delle società di carattere familiare dove le lotte intestine spesso provocano inattesi terremoti. La Borsa ha già puntato i suoi riflettori su Marzotto (+18% da inizio anno) e Gabetti (+83%). In passato, ha fatto scuola Emilio Gnutti che, inizialmente alleato di Roberto Colaninno all’epoca della prima Opa su Telecom, ha poi fatto il salto della quaglia appoggiando la successiva offerta di Marco Tronchetti Provera.

Naturalmente tutto questo presuppone che ci sia un aggressore esterno, che può arrivare tra un mese o tra un anno, ma che è comunque determinate per innescare il rialzo dei prezzi. L’importante è tenersi pronti e sulla base di queste poche regole individuare i potenziali target.

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