PARMACRACK, ALLARME COME NELL’ERA PRE-EURO

24 Dicembre 2003, di Redazione Wall Street Italia

«Chiamatela come merita: spazzatura», scrive il Financial Times. La crisi di fiducia che sta colpendo l’Italia e le sue aziende rischia di essere l’effetto più deleterio della crisi Parmalat. L’editoriale di ieri apparso sulla bibbia del capitalismo europeo dà voce ad una diffusa, quanto pericolosa, convinzione degli operatori internazionali: le aziende italiane non sono affidabili e nei loro bilanci si nascondono più trappole che certezze.

Non stiamo assistendo ad una vera e propria fuga, ma è già evidente quali sono le imprese più esposte alla crisi di fiducia. Il titolo Fiat, per esempio, è da qualche giorno esposto a strani andamenti altalenanti: ieri nella seconda parte della giornata è stato il miglior titolo del Mib30 e di tutto il comparto europeo dell’auto. Volumi sostenuti, pari a quasi due volte la media giornaliera, in una seduta dagli scambi sottili alla vigilia delle festività natalizie. Dopo il tonfo di due giorni fa, il titolo della casa torinese ha oscillato fra un minimo di 5,86 euro (-2,3%) e un massimo di 6,24 euro (+4%). Gli operatori sono concordi nel ritenere che gli speculatori lo hanno usato come cartina di tornasole di tutti i gruppi indebitati italiani per vedere gli effetti del contagio negativo del caso Parmalat.

Ma la speculazione si limita a scommettere su un’evoluzione plausibile: lo stesso Ft, chiedendo una più giusta valutazione «per aziende ad alto rischio che operano in Paese ad alto rischio», ha di fatto chiesto ufficialmente di abbassare i rating per i gurppi italiani e questo significa aumento dei costi dei grandi gruppi nostrani per finanziare i propri debiti. Non è un caso che sul fronte dei corporate bond tutto sia bloccato, anche le emissioni già annunciate segnano il passo.

Nessuno vuole rischiare di andare adesso sul mercato per scoprire che una parte del prestito non viene sottoscritto. Per la banca che cura l’emissione significa spesso dover comunque garantire la somma non finita sul mercato, ma per l’azienda dover innalzare i tassi d’interesse sulle obbligazioni future e incassare un pesantissimo attestato di sfiducia che si ripercuote inevitabilmente anche sulla capitalizzazione di Borsa.

Meglio aspettare dunque, ma c’è chi può permetterselo meno degli altri: Autostrade e Seat Pagine gialle i nomi più altisonanti. Per loro il mercato dei bond è necessario a trovare le risorse per sostenere i piani di finanziamento del debito (rispettivamente 8,3 e 4 miliardi di euro) dopo le due costose operazioni di leverage subite nel 2003. Da non dimenticare neanche Telecom Italia, che ha annunciato per il 2004 cinque miliardi di dollari di bond per finanziare il debito sfruttando i bassi tassi americani.

Difficile dire se si tratti di un fenomeno passeggero, dovuto agli scandali, o se stia per riproporsi sul mercato internazionale quello “sconto Italia” – le aziende tricolori sono considerate troppo indebitate e troppo poco trasparenti per essere valutate come le altre – che sembrava sparito con la nascita dell’euro. Qualche analista sottolinea che, passata la tempesta, anche per le imprese italiane varranno solo i fondamentali e gli investitori internazionali non avranno particolari remore a mettere i loro soldi da noi.

Altri invece temono l’imporsi definitivo di una convinzione che spesso echeggia nella City londinese: la struttura del capitalismo familiare italiano è una precondizione della scarsa trasparenza e delle gestioni “alla Parmalat”. Sarebbe la vera catastrofe: i rubinetti dei fondi internazionali che si chiudono e gli imprenditori italiani costretti a ricorrere, ancor più di adesso, agli istituti di credito interni. Alimentando quella commistione di impresa-banca che già tanto ha frenato lo sviluppo della nostra economia.

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