ORA WALL STREET HA IL TORO CHE SCALPITA IN PANCIA

20 Settembre 2007, di Redazione Wall Street Italia

*David Kotok e’ il gestore di Cumberland Advisor. Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Ora lo posso confessare: nei
giorni scorsi, prima delle decisioni
del Fomc, ho comprato
azioni a testa bassa. Le motivazioni?
Di fronte ai dati in arrivo
sull’occupazione e i consumi,
oltre che naturalmente all’emergenza
sul fronte del credito,
mi ero convinto, come ho
scritto, che la Fed sarebbe intervenuta
con grande decisione.
È andata proprio così. E
adesso? La scelta operata dalla
Federal Reserve di ridurre il
saggio sui fondi federali di 50
punti base regala ai listini azionari
di tutto il mondo l’afflusso
di copiose correnti d’acquisto,
mentre getta un’ombra cupa
sul futuro del dollaro.

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Gli esempi passati vanno tutti
in questa direzione. Negli ultimi
28 anni, dai tempi della crisi
iraniana letale per la presidenza
di Jimmy Carter, la Federal
Reserve si è impegnata in cinque
occasioni in operazioni di
stimolo monetario. E in quattro
occasioni su cinque (un lusinghiero
80%) il listino statunitense
ha spiccato il volo. Ecco,
in ordine cronologico inverso,
la cronaca di quei tagli:

1) La Banca Centrale tagliò i
tassi nel settembre 1998 in risposta
al collasso del rublo e all’implosione
del celebre fondo
Ltcm. Sei mesi dopo, Wall Street
era salita del 25 per cento.
2) Il mercato reagì positivamente
anche nel 1995. Il taglio
ebbe luogo a giugno, e in 6 mesi
l’indice S&P 500 guadagnò
l’11 per cento.
3) Ancora. Nel 1989, Greenspan
allentò la presa a giugno,
e nel giro di un semestre la Borsa
crebbe del 9 per cento.
4) Era il 1984, il Governatore
Volcker concesse lo sgravio
monetario a settembre; in 6 mesi
il valore del listino aumentò
del 5 per cento.

L’unica eccezione negativa è legata
alla tragica cronaca del 2001. Allora,
nonostante il soccorso della Federal
Reserve, Wall Street registrò in 6 mesi
una flessione dell’8 per cento. Però,
anche in quell’occasione, il bicchiere
fu a mio avviso mezzo pieno,
non mezzo vuoto.
In cifre, insomma, abbiamo una statistica
assai favorevole al Toro; quattro
episodi su cinque e l’eccezione negativa,
nonostante il cumulo di circostanze
contrarie, ha registrato un rischio
limitato all’8 per cento. A me
sembra un record lusinghiero, che
ogni investitore di medio termine dovrebbe
tenere nella giusta considerazione.

Non sarei stupito, dati i precedenti,
se la piazza americana salisse
del 5-10% entro marzo o aprile. Del
resto basta guardare all’andamento
dei profitti: facciamo finta che l’indice
S&P 500 sia un unico titolo azionario.
Ebbene questo maxi titolo azionario
dovrebbe restituire agli azionisti
90 dollari di utili nel 2007 e 100
dollari nel 2008.
Si tratta di numeri che già includono
le revisioni causate dalla crisi dei
mutui ipotecari e dalla recessione nel
settore edile. Insomma, non penso di
indulgere in fantasie se dico che
l’S&P 500 porterà a casa 90 dollari
nel 2007 e 100 dollari nel 2008. Soprattutto
le multinazionali, grazie alla
debolezza del biglietto verde, mostreranno
risultati più soddisfacenti
delle imprese rivolte al perimetro domestico.
E con i tassi d’interesse decennali
scesi al 4,5% e quelli fissati
dall’autorità monetaria al 4,75%, io
ritengo che un multiplo sugli utili di
16 sia abbastanza conservativo e prudenziale.

Moltiplicando 100 dollari di
utili per 16 volte, si ha un prezzo di
1.600 per l’S&P 500. Ripeto, ho adottato
ipotesi prudenziali, sicché non
mi stupirei se l’indice oltrepassasse
il mio target di un altro 5 per cento.
Ovviamente, la premessa sulla quale
baso le mie congetture è che l’economia
americana subisca sì un forte
rallentamento, ma senza scivolare in
recessione. E che non vi siano shock
esterni gravi, come attacchi terroristici,
uragani o guerre. Altrimenti, bisognerà
rivedere i conti. In negativo,
of course.

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