Economia

Ogni giorno in Italia chiudono 18 negozi: ecco perché

Un ritmo di 18 negozi al giorno che chiudono i battenti: è questa la previsione fatta da Confesercenti per i prossimi anni, in uno studio realizzato con Ipsos dal titolo il “Commercio oggi e domani” presentato oggi a Roma.

L’inflazione sembra aver dato il colpo di grazia ai tentativi di ripresa post pandemici del commercio e i dati avvalorano i timori: dal 2019 a oggi sono spariti oltre 52mila negozi (-7%).

Il rapporto conferma l’accelerazione del processo di desertificazione su cui ha inciso la doppia crisi vissuta dal comparto che, dopo lo stop imposto dalla pandemia, ha visto interrompersi la ripresa a causa degli effetti dell’inflazione e del caro-energia, che hanno eroso la capacità di spesa delle famiglie.

L’ascia inflazionistica miete sempre più vittime tra i negozi fisici

Gli acquisti nei negozi fisici sono ancora i preferiti dagli italiani, anche fra i giovani, ma pesa la perdita di potere d’acquisto, un vero e proprio crollo di -14,7 miliardi di euro in due anni, pari a -540 euro a famiglia (11,8 miliardi nel 2022 e si stima un calo per altri 2,9 miliardi quest’anno), che grava sul tessuto dei negozi di vicinato più della concorrenza dell’online. Con la tendenza attuale, la stima per i prossimi sette anni, da qui al 2030, è di una contrazione di circa 73 mila (-11% sul totale), ad un ritmo di 18 negozi spariti al giorno”, avvertono da Confesercenti.

A difendere negozi e livello dei consumi non è bastato un forte ricorso al risparmio: “Nel 2022 gli italiani hanno destinato ai consumi circa 52,9 miliardi di risparmio accumulato dalle famiglie e, senza un’inversione di tendenza, ne bruceranno altri 27 miliardi nel 2023“, sottolineano dall’Associazione di rappresentanza delle piccole e medie imprese italiane del commercio, del turismo e dei servizi.

Squilibrio tra chiusure e nuove aperture

Confesercenti segnala anche quanto sia “difficile aprire una nuova attività: nel 2022 sono nate solo 22.608 nuove attività, il 20,3% in meno del 2021. Un numero del tutto insufficiente a compensare le oltre 43mila imprese che hanno abbassato per sempre la saracinesca. La media è di oltre due negozi spariti ogni ora. E nel 2023 la situazione non migliora: nei primi tre mesi dell’anno le nuove aperture sono ancora il 18% inferiori a quelle registrate nello stesso periodo del 2019“.

Settori merceologici, vincitori e vinti

Rispetto al 2019, a registrare i cali maggiori in numeri assoluti sono i negozi di moda (-8.553 unità rispetto al 2019, con un calo del -6,3%).

A livello percentuale, invece, sono crollati i seguenti settori:

  • giornali e articoli di cartoleria (-13,5%, per 3.963 imprese in meno),
  • imprese attive nella vendita di pane e torte (-6,1%, per 679 attività in meno) e di carni (-5,7%, -1.663 imprese).
  • più contenuta la perdita per le librerie (-2%, o -112 imprese).

Alcuni settori registrano invece una crescita:

  • imprese specializzate nella vendita di frutta e verdura (2%, ovvero 432 imprese in più);
  • negozi specializzati in pesci, crostacei e molluschi (+107 attività, con una variazione positiva del +1,2%);
  • negozi di distribuzione bevande (aumentano di 291 attività sul 2019, con una crescita del +4,5% rispetto al periodo pre-pandemico). 

Gli italiani preferiscono ancora i negozi fisici

Nonostante la progressiva affermazione dell’e-commerce, i negozi fisici continuano a essere ancora il canale d’acquisto preferito per sei delle nove categorie merceologiche prese in esame.

Su un campione di 1000 consumatori di tutte le età, l’insieme di chi ha acquistato nell’ultimo anno esclusivamente, prevalentemente o qualche volta online è maggioritario, infatti, solo nei comparti viaggi e vacanze (72%), elettronica e prodotti tecnologici (62%) e moda (52%).

Nelle altre sei infatti a vincere il confronto restano i negozi fisici: articoli e abbigliamento sportivo (54%), cosmetica, profumeria e cura del corpo (58%), arredamento e complementi d’arredo (69%), cibo e bevande d’asporto (69%), prodotti per la pulizia della casa (77%) e alimentari (82%). I baby boomers, cioè i nati tra il 1946 e il 1964, costituiscono la fascia d’età più votata agli acquisti offline, mentre le generazioni “Y” e “Z” sono più orientate all’online.

Ma mentre la preferenza per l’e-commerce è particolarmente spiccata per la generazione “Y”, composta dai nati tra il 1981 e il 1996, la successiva generazione “Z” sembra tornare a valutare positivamente l’esperienza dello shopping nei negozi fisici. I cosiddetti zoomers, infatti, pur se più online della generazione X e dei baby boomers, superano la propensione media all’acquisto in rete solo per alimentari e prodotti per la pulizia di casa, cibo e bevande d’asporto, cosmetica ed elettronica.

La necessità di misure strutturali per sostenere i negozi di vicinato

Ma, secondo Confesercenti, il trend a sfavore dei negozi fisici può essere invertito, intervenendo sia a sostegno delle famiglie.

Come? Detassando gli aumenti contrattuali per il prossimo biennio e diminuendo in generale la pressione fiscale, ma anche introducendo misure strutturali a sostegno degli esercenti, come un pacchetto di formazione per gli imprenditori, sostegni all’innovazione e una fiscalità di vantaggio per le piccole imprese della distribuzione con fatturato inferiore ai 400mila euro annui.

Con queste misure, indica lo studio, sarebbe possibile ridurre l’erosione delle quote di mercato delle piccole superfici, recuperando 5,5 miliardi di euro di vendite e salvando quasi 30mila attività commerciali di vicinato dalla scomparsa nei prossimi sette anni.