OBAMA: LE GLORIE D’EUROPA E I GUAI DI WASHINGTON

9 Aprile 2009, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – Il successo del viaggio europeo di Barack Obama, ben riuscito come immagine e con risultati concreti al G 20, fornisce capitale prezioso al Presidente americano. Sulla scena interna infatti, e sul tema cruciale della finanza, i problemi non diminuiscono. Anzi, aumentano. Quella che è stata finora la strategia di Obama, del suo ministro del Tesoro Timothy Geithner, e del suo superconsigliere Lawrence Summers, lavorare cioè con il management attuale delle grandi banche e finanziarie, rischia di risultare difficile. Non è ormai solo la piazza populista a chiedere il licenziamento dei top manager. Ma anche il Congresso.


Con un Rapporto presentato martedì 7, il Congressional oversight panel voluto a ottobre dal Congresso per controllare l’utilizzo dei 700 miliardi della Tarp, il fondo per alleggerire le banche dagli asset tossici, chiede la testa del top management dei gruppi che ricevono aiuti ingenti. Secondo quanto riferiva già domenica il settimanale britannico The Observer, del gruppo Guardian, che ha anticipato la notizia, Elizabeth Warren, presidente del Panel, avrebbe citato espressamente i vertici di Aig e Citigroup, che hanno ricevuto la prima 173 miliardi e la seconda 45 miliardi più 316 di garanzie sui prestiti. Citigroup è di fatto nazionalizzata, con 25 miliardi di aiuti trasformati a fine febbraio nel 36% di azioni ordinarie. Domenica in tv Geithner ha detto di essere disposto a cambiare il management di chi riceverà aiuti in futuro, ma non è stato convincente.


La signora Warren, che insegna legge ad Harvard ed è nota per la sua indipendenza, non ne fa solo una questione di giustizia e di tutela dei soldi del contribuente. Dichiara, a parziale salvaguardia di questi ultimi, che gli azionisti delle imprese decotte devono essere azzerati e non possono pretendere di venir salvati dalla Stato. Ma l’attacco vero è al principio stesso del Ppip, il Public–private investment program (piano Geithner), che dovrebbe utilizzare i 210 miliardi ancora disponibili della Tarp per avviare l’acquisto da parte dei privati, all’asta, dei fondi tossici di chiunque sia disposto a metterli in vendita. Le operazioni sarebbero alla fine garantite al 90% e oltre dallo Stato se i titoli poi non si apprezzeranno, mentre i profitti andrebbero al 50% ai privati se invece vi saranno utili. Alla fine, in molti casi, un salvataggio garantito dallo Stato dietro la foglia di fico del privato.


Elizabeth Warren difende il principio di una nazionalizzazione fatta “in modo strutturale” e non caso per caso, come nel non esemplare modello giapponese. Di fatto, chiede che si decida presto quale banca può camminare con le proprie gambe, e quale no. Dei cinque membri del panel i due repubblicani si sono dissociati. Resta quindi un documento dove sono i democratici a seguire una linea diversa da quella dell’Amministrazione democratica.


Anche le modalità di attuazione della Ppip rischiano di esporre l’amministrazione Obama ad accuse di eccessiva vicinanza a Wall Street, già abbondanti da parte della sinistra democratica e nonostante la forte popolarità personale del Presidente. Secondo un articolo pubblicato con risalto il 4 aprile dal Washington Post, il Tesoro sta aggirando la norma posta dal Congresso per porre un limite ai guadagni dei manager delle banche e finanziarie che dovessero trarre vantaggio dalla Ppip. Formalmente l’utile andrebbe a una società terza, già prevista dalla legge per gestire i titoli acquistati. E quindi i bonus non sarebbero a rischio. “Stanno cercando di aggirare la volontà del Congresso, ma credo che i tribunali troveranno la cosa ridicola”, è stato il commento di David Zaring, un ex avvocato dello Stato.


Purtroppo il sentimento populista, sempre presente negli Stati Uniti dove è l’altra faccia della dignità del common man, rischia di crescere molto. Le cifre in ballo e chieste al contribuente sono enormi: la sola Tarp ad esempio vale di più, con i suoi 700 miliardi, dell’intero costo della guerra del Vietnam, in dollari attuali. E l’intero arsenale finanziario messo in atto per il salvataggio e il rilancio, solo in parte speso, in parte notevole in teoria recuperabile, è pari finora a 12,8 mila miliardi di dollari, 3,5 volte di più di quanto il Paese spese, in dollari di oggi, per la Seconda guerra mondiale.

Una terza notizia, quella dei cinque milioni di dollari guadagnati in poco più di un anno da Lawrence Summers, direttore del National economic council e superconsigliere di Obama, non aiuta. Summers è stato ministro del Tesoro con Clinton e fino a un anno e mezzo fa ha creduto alle virtù della nuova finanza, di cui è stato fondamentale artefice al Tesoro. Summers ha ricevuto la cifra, nel 2008, come part-time managing director dell’hedge fund D.E.Shaw &Co., il più aristocratico di Manhattan, tutto matematica finanziaria, elitario e fino a ieri florido. Come minimo per entrarvi occorreva essere stato un Fulbright graduate student. Ora ha già accettato un po’ di fondi federali. In più, Summers guadagnava nel 2008 circa 2,7 milioni come conferenziere presso banche e finanziarie che poi hanno spesso ricevuto miliardi dallo Stato, Citigroup e Goldman Sachs in testa. Finora la notizia, data con un certo risalto solo da Washington Post e New York Times, non è ancora entrata nel tritacarne televisivo. Ma i blog progressisti, che non amano Summers, sono all’attacco. Il ruolo di Summers presso D. E. Shaw era quello di procurare facoltosi clienti, come ben ricorda chi l’ha visto in azione a Dubai nel novembre 2007. E’ Summers credibile come co-stratega delle nuove regole di Wall Street? La quantità degli asset tossici da ripulire intanto sale. Non saranno pari a circa 1000 miliardi, nel sistema americano, ma ad oltre i 1500, calcola ora l’Fmi. Gli Stati Uniti hanno trattenuto infatti circa la metà dei loro titoli tossici, calcolati a 2,2 mila miliardi prima dal Fondo, e ora sembra a 3,1 mila; il resto è stato venduto all’estero.


Seguire le complessità del salvataggio finanziario è, per l’elettore medio americano, piuttosto complicato. Ma visto che il contribuente è chiamato e saldare il conto, e solo il contribuente finora nella strategia di Washington, con Bush e con Obama, presto le idee diventeranno più chiare. A quel punto il chi paga, il chi ha guadagnato ieri, il chi guadagna dal salvataggio diventeranno, purtroppo, l’unico rozzo ma inevitabile metro di giudizio. E qui ci sarà la battaglia politica. Il Sole 24 Ore da mesi scrive, senza ambiguità, che dati i loro trascorsi né Lawrence Summers, né Timothy Geithner, assai meno compromesso ma frutto della stessa squadra, difficilmente potranno reggere il colpo.

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