OBAMA E I MERCATI: QUATTRO PARTI DI REALISMO E UNA DI IDEALISMO

22 Aprile 2010, di Redazione Wall Street Italia

(WSI) – Mettersi nei panni degli altri e provare a ragionare con la loro testa era considerato da Max Weber non un gioco, ma una delle più potenti basi per un’analisi scientifica della storia umana. Weber si oppose per tutta la sua vita al tentativo dei positivisti di utilizzare il metodo delle scienze naturali per studiare l’infinita complessità della realtà storica e sociale.

Il fisico può contare su una costante ripetibilità dei risultati di un esperimento o quanto meno su una prevedibilità statistica. Per contro, lo scienziato sociale non può fare esperimenti e, anche se li potesse fare, non potrebbe contare sulla ripetibilità dei risultati in contesti storici differenti. Al fisico che studia come cade un sasso non interessa se il sasso, soggettivamente, attribuisca un significato al suo cadere per terra, mentre lo scienziato sociale deve indagare la soggettività e interpretarla se vuole capire qualcosa di quello che studia.

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Proviamo allora a utilizzare questo metodo per capire ad esempio che cosa si propone l’Amministrazione Obama quando attacca Goldman Sachs, o il governo cinese quando aziona i freni sulle case e sul credito o, ancora, che cosa possono avere in mente la Bundesbank e la classe politica tedesca quando pensano alla Grecia.

Obama non è un idealista alla Woodrow Wilson. Ha probabilmente quattro quinti di realismo e un quinto di idealismo. Se non fosse così, difficilmente avrebbe potuto emergere nella Chicago politica, uno dei mondi più duri e spietati che si possano immaginare in un contesto democratico. Possiamo quindi supporre che il suo imperativo darwiniano sia, come per quasi tutti i politici, quello di sopravvivere (ovvero avere consenso ed essere rieletti) facendo in più qualcosa, se possibile, che vada nella direzione della componente ideale.

Come dice giustamente Simon Johnson, ex capo economista del Fondo Monetario, i presidenti sono ricordati (ed eventualmente rieletti) per un massimo di due o tre scelte politiche o eventi che hanno caratterizzato il loro primo mandato (nel secondo fanno in genere ben poco). Obama ha incassato la riforma sanitaria, ma dovrà rinunciare all’ecologia, se non nella forma di una carbon tax sulla benzina. Il secondo e il terzo punto della sua eredità saranno quindi, probabilmente, la ripresa economica e la riforma della finanza.

La ripresa economica è molto più importante della riforma della finanza. Lo è oggettivamente, ma lo è anche e soprattutto dal punto di vista soggettivo di qualcuno che vuole essere rieletto. L’opinione pubblica notoriamente non ama le grandi banche e in periodi di crisi detesta qualsiasi figura o atteggiamento che le ricordino Gordon Gekko. I mercati finanziari, tuttavia, seguono un’altra logica. Accettano una volontà riformatrice prudente e gradualista ma si rivoltano immediatamente se colgono nell’aria un atteggiamento punitivo.

E’ stato così in gennaio dopo che la sbandata psicologica seguita alla sconfitta elettorale in Massachusetts ha risvegliato velleità populiste, subito rientrate quando si è visto che le borse cominciavano a pensare al peggio.

Come dice Greenspan, il rialzo delle borse non ha seguito e nemmeno anticipato la ripresa, l’ha trainata. Questa funzione di traino verso l’alto puo’ in un attimo trasformarsi in un traino verso il basso. Un politico accorto come Obama sa fare i suoi conti. Una borsa spaventata può indebolire la ripresa e accrescere il senso di insicurezza in chi è disoccupato e in chi ha un lavoro ma non è più tanto sicuro di poterlo conservare. Gli elettori americani non perdonerebbero in nessun modo un presidente che non li facesse uscire dalla crisi.

Quanto all’attacco alle banche, può certamente portare consenso, ma i repubblicani sono abbastanza accorti da non lasciare questa bandiera ai democratici e seguono un doppio binario. Alla Sec votano contro la messa in accusa di Goldman Sachs, ma in Congresso e in televisione criticano le banche tanto quanto i democratici.

Simon Johnson e molti liberal invocano la dissoluzione di Goldman. E’ più probabile però che ci si limiti a mantenere una certa pressione e che si provi a indurre qualche cambiamento ai vertici. Un attacco duro può essere tenuto nel cassetto per un momento successivo nel caso drammatico di una ricaduta del ciclo economico. Il populismo aggressivo è l’ultima spiaggia cui si ricorre se non si possono vantare successi economici. Anche Roosevelt divenne quasi anticapitalista solo quando il ciclo tornò a volgere al peggio nel 1937.

Solo con le spalle al muro, quindi, la classe politica si rivolgerà contro una delle poche industrie, la finanza, in cui l’America ancora primeggia. Simon Johnson cita la dissoluzione della Standard Oil nel 1911 e quella della Att nel 1982 per dire che l’attacco ai monopoli può non essere devastante.

Dimentica però di dire che l’America di quei tempi era più forte e non considera che le banche non sono un settore qualsiasi, ma un ganglio vitale del sistema. Obama quindi cercherà di arrivare a una riforma moderata e bipartisan. Dopo la lacerazione politica prodotta dalle forzature sulla riforma sanitaria, una riforma più tranquilla e consensuale gli darà modo di ribadire uno dei tratti che lo hanno portato alla Casa Bianca, quello di essere un unificatore.

Veniamo ora alla Cina, dove il crescendo di misure restrittive sul credito (in particolare immobiliare) ha rimesso in circolazione i timori di gennaio su una brusca caduta della crescita con effetti negativi a cascata sulle materie prime.

Se ci mettiamo nei panni dei governanti cinesi vediamo che la percezione che hanno della solidità del loro potere è corretta. In altre parole sanno che il loro grande potere non è assoluto come appare ma è il risultato di un patto implicito che li impegna ad assicurare ai governati crescita e posti di lavoro. Da un punto di vista soggettivo, dunque, una frenata brusca o addirittura una crisi immobiliare e bancaria sono semplicemente impensabili e irricevibili.

Alla bolla immobiliare cinese vanno poi prese le misure correttamente prima di proclamare crolli imminenti e inevitabili. Nel lungo termine i prezzi delle case sono funzione del Pil nominale e della sua crescita. Come nota Capital Economics, il Pil nominale cinese è cresciuto dal 2005 del 15 per cento l’anno. Questo significa, aggiungiamo noi, che il prezzo delle case ha diritto di crescere del 15 per cento l’anno senza violare nessuna legge anti-bolle. Nell’ultimo anno i prezzi sono saliti del 19 per cento e il governo sta già intervenendo.

Molti commentatori sopravvalutano la bolla perché vivono o guardano a Pechino e a Shanghai, dove effettivamente i prezzi (in particolare a Pechino) sono saliti di molto. A Pechino (dati di Morgan Stanley) il prezzo di un metro quadro ha raggiunto i 25mila renminbi, circa 2700 euro. A Shanghai siamo sui 1850 euro e la salita è stata meno impressionante. La Cina però ospita 1300 milioni di persone e solo 36 vivono nelle aree metropolitane di Pechino e Shanghai. Nel resto del paese i prezzi sono molto più bassi e soprattutto si sono mossi poco.

Nessun occidentale vive a Chongquing e nessun turista va a visitarla perché è brutta e inquinata, ma Chongquing è pur sempra la più grande metropoli cinese (35 milioni di abitanti) e le case costano 445 euro al metro e salgono molto lentamente. Non a caso, se si leggono con attenzione le misure di questi giorni, si nota un’enfasi sulla selettività regionale. Solo nelle aree surriscaldate si interviene con energia.

Quanto alle materie prime, la Cina continuerà a comprarle. Il ritmo di crescita rallenterà, ma va ricordato che la Cina accumula materie prime non solo per usarle ma anche come riserve. C’è poi una motivazione cosmetica. Comprare rame o qualsiasi altro metallo fa diminuire il surplus commerciale e può alleggerire (così almeno sperano i cinesi) le pressioni per una rivalutazione del renminbi.

Indossiamo ora panni tedeschi e proviamo a guardare la Grecia da Berlino. Il Wall Street Journal riporta di una riunione a porte chiuse in cui il presidente della Bundesbank Axel Weber ha presentato al governo il vero costo finale di un salvataggio della Grecia. La cifra indicata da Weber è di 80 miliardi di euro, ovvero 35 in più dei 45 già messi a disposizione (30 dai paesi europei e 15 dal Fondo Monetario).

Facciamo ora l’ipotesi che i 35 miliardi in più siano tutti a carico dei paesi europei e facciamo i conti in tasca alla Germania. La quota tedesca, stabilita con il bilancino utilizzato nella linea di credito già annunciata, sarebbe di ulteriori 9.78 miliardi, facciamo 10.

Dieci miliardi sono dunque il prezzo tedesco per risolvere in modo radicale e credibile la crisi greca, evitare il contagio a Spagna e Portogallo, impedire che un euro del nord schizzi verso l’alto e tolga competitività all’industria tedesca, risparmiarsi l’ennesimo salvataggio delle banche che sono piene di titoli greci e spagnoli (e che costerebbe ben più di 10 miliardi) ed evitare il naufragio politico dell’Europa.

Che cosa sono 10 miliardi (prestati, si noti, non regalati) per la Germania? Sono 30 giorni di surplus commerciale. Può la Germania fare a meno per 30 giorni del suo surplus con l’estero e accontentarsi di un pareggio per il quale gli Stati Uniti metterebbero cento firme? Fate voi.

In conclusione, abbiamo provato a soppesare i tre problemi che hanno procurato ansia ai mercati negli ultimi sette giorni, Goldman Sachs, la Cina e di nuovo la Grecia, e ne abbiamo ricavato l’idea che non sono insormontabili, soprattutto in una fase di crescita globale senza inflazione e con alti margini di profitto. I mercati sono arrivati alla stessa conclusione e la correzione, in sette giorni, è stata dello 0.93 per cento sull’S&P 500. In compenso il long bond è salito dell’1.29 per cento. Rimanere investiti.

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*Questo documento e’ stato preparato da Alessandro Fugnoli, strategist Kairos Partners SGR. ed e’ rivolto esclusivamente ad investitori istituzionali ovvero ad operatori qualificati, così come definiti nell’art. 31 del Regolamento Consob n° 11522 del 1° luglio 1998 e successive modifiche ed integrazioni. Le analisi qui pubblicate non implicano responsabilita’ alcuna per Wall Street Italia, che notoriamente non svolge alcuna attivita’ di trading e pubblica tali indicazioni a puro scopo informativo. Si prega di leggere, a questo proposito, il disclaimer ufficiale di WSI.