Npl, cosa sono i crediti deteriorati

31 Luglio 2017, di Alberto Battaglia

Di Npl, crediti deteriorati e sofferenze (questi i termini più usati dalla stampa) si parla ogni giorno più o meno da un paio d’anni. In questo articolo cercheremo di spiegare a cosa si riferiscono questi termini e perché questa tipologia di prestito si rivela problematica per le banche e per tutta l’economia.

Npl è un acronimo che sta per Non-performing loan, ovvero “prestito non performante”. A questo termine coincide l’espressione credito deteriorato, sotto il cui ombrello sottostanno le sofferenze, ovvero i crediti di più difficile esigibilità, le inadempienze probabili, le esposizioni scadute o sconfinate e i crediti forborne. Con vari gradi di gravità il messaggio, per la banca che abbia fra le proprie attività numerosi prestiti rientranti in tali categorie, è lo stesso: il denaro prestato non arriverà nei termini stabiliti; con potenziali perdite per l’istituto. Il problema di fondo legato ai Npl è che scontare numerose perdite inibisce, in un modo o nell’altro, l’erogazione del credito, vanificando quella che per il tessuto produttivo italiano è di gran lunga la prima fonte di finanziamento: il credito bancario, appunto.

Per tale ragione, si è parlato per anni dell’istituzione di una bad bank in grado di acquistare dalle banche tali crediti e liberare i bilanci delle proprie perdite potenziali, favorendo nuovo slancio all’attività creditizia. Tale bad bank, però, non è mai stata creata nella forma archetipica di una società (magari a partecipazione statale) in grado di assorbire eventuali perdite. Queste ultime derivano dal fatto che, verosimilmente, i crediti sarebbero stati acquistati a un prezzo un po’ superiore rispetto al loro valore di mercato (o reale) per alleggerire il peso delle perdite a carico delle banche private. Con l’arrivo della direttiva Brrd, quella divenuta famosa per il bail-in, tale prospettiva è definitivamente tramontata prima che il sistema italiano si ripulisse delle sue “scorie”: infatti le risoluzioni bancarie ora possono avvalersi dell’aiuto dello stato a condizioni molto più stringenti rispetto a prima. Da qui le varie critiche sugli altri Paesi europei, intervenuti pubblicamente in soccorso delle banche prima che le regole impedissero di farlo e che ora pretendono (a norma di legge) che l’Italia rispetti le nuove regole che ha sottoscritto.

Per cercare di venire incontro alle esigenze del sistema bancario italiano, si è dunque proceduto con l’istituzione del fondo (prevalentemente privato) Atlante, il cui scopo principale era acquistare crediti deteriorati dalle banche e favorire la creazione di un mercato per tali cartolarizzazioni (cioè l’acquisto di un credito in cambio di un corrispettivo immediato). Le sue dotazioni finanziarie, tuttavia, come molti osservatori internazionali avevano subito notato, si sono rivelate inferiori rispetto alle esigenze. L’altra via che il governo ha percorso per favorire la cessione di Npl è stata la cosiddetta Gacs, concordata con l’Ue. Tramite questa garanzia statale, le tranche di npl senior “meno rischiose” possono essere cedute a un acquirente che, in cambio di un premio annuo, si copre dal rischio di non rivedere indietro i propri soldi. La Gacs, in fondo, è una sorta di credit default swap.

Dall’impegno profuso su questo tema è facile immaginare che rimuovendo dai bilanci bancari il grosso dei crediti deteriorati ne gioverebbero non solo le banche, ma anche l’economia nel suo complesso. Secondo gli ultimi dati dell’Associazione bancaria italiana (Abi) nel 2016 gli accantonamenti avevano sottratto al sistema 36 miliardi di euro, il 170% del risultato di gestione. Una precisazione ovvia, ma importante: quando una banca “accantona” denaro in previsione di una perdita, non può prestare quel denaro. Detta più tecnicamente, un accantonamento è iscritto a bilancio come un passivo della banca.

Le cose, perlomeno, stanno migliorando: nei prossimi tre anni, prevede l’Abi, il volume di tali accantonamenti si ridurrà a un valore medio di 19 miliardi “pari al 65% del risultato di gestione medio del periodo 2017-2019”. Un “miglioramento notevole che tuttavia non riesce ancora a riportare l’incidenza degli accantonamenti sui valori di riferimento del periodo pre-crisi”, precisa l’Associazione.