NON DI SOLA PUNTO

5 Ottobre 2005, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – Sergio Marchionne, amministratore delegato
della Fiat Holding e della Fiat Auto, fu scelto un anno e
mezzo fa da Umberto Agnelli e Gianluigi Gabetti. Aveva
avuto un buon successo svizzero in una società partecipata
dalla famiglia Agnelli, la Sgs (Societè Generale de Suirveillance),
leader mondiale di certificazione aziendale e
controllo della movimentazione merci, dov’era arrivato
per essersi precedentemente distinto nella complicata
operazione di ristrutturazione di una media conglomerata
metalchimica, l’Alusuisse-Lonza, in cui fece fare molti
soldi agli azionisti tra cui August von Finck che lo suggerì
come guida per Sgs.

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Un anno e mezzo fa, la soluzione Marchionne
fu una mossa disperata. Oggi il duplice amministratore
delegato ha tutta l’aria di essere una specie di
nuovo Michel Platini. In una intervista concessa ieri al
Corriere della Sera ha sintetizzato i risultati di questi
quindici mesi con un paio di cifre: la Fiat ha un patrimonio
di dieci miliardi e debiti industriali per cinque, quindici
mesi fa il rapporto era l’inverso. A questo risultato è
arrivato grazie a una spregiudicata intelligenza finanziaria.

Da oggi si deve misurare con il mercato. Un primo segnale
positivo è arrivato dai dati delle vendite di settembre
2005: il gruppo Fiat torna a guadagnare sul mercato,
si riporta al 28 per cento, con un progresso delle immatricolazioni
del 3,5 per cento rispetto a settembre 2004. Sono
dati interessanti perché cominciano a essere depurati –
almeno in parte – dalle cosiddette chilometri zero, cioè le
auto comprate direttamente dai concessionari che fanno
volumi, ma scarsi profitti.

Adesso si aspettano i risultati che arriveranno dalla Grande
Punto: un milione di visitatori negli autosaloni per la presentazione
al pubblico, 23 mila unità ordinate in soli dieci
giorni che in proiezione sulla fine dell’anno sarebbero oltre
100 mila pezzi. Ma non sarà così. Lo stesso Marchionne in
una riunione allargata con gli azionisti di riferimento ha precisato
che rispetto alla ragionevole aspettativa di 90 mila
Grande Punto per la fine dell’anno, non ne saranno prodotte
più di 82 mila. “Non riesco a farne di più”, ha detto personalizzando,
con un pizzico di civetteria (notato) il problema
produttivo.

Marchionne sa benissimo che i problemi della
Fiat non si risolvono con la Grande Punto, neppure se si andasse
oltre l’obiettivo ufficiale di 360 mila unità l’anno. Secondo
il convincimento di alcuni osservatori informati, la
Fiat ha almeno altri cinque capitoli ancora aperti. Innanzitutto
il fatturato da ricostruire, aumentare i volumi, fare contratti
profittevoli, intensificare gli accordi internazionali; poi
la rete commerciale da rafforzare a cominciare dalla disastrosa
situazione nei paesi dell’Unione europea; terza questione,
convincere il mercato che non deve più pretendere
per principio 500 euro in meno dal listino Fiat; restano due
questioni che toccano i rapporti di potere: la relazione con
le banche che, dopo il blitz che ha conservato gli Agnelli al
30 per cento, non vogliono perdere una posizione privilegiata
nelle future operazioni finanziarie che la Fiat porrà in essere.

Infine la questione dei costi. Prima o poi Marchionne
dovrrà mettere mano al problema degli stabilimenti poco
convenienti, a partire da Mirafiori e Termini Imerese.
Su questo ultimo punto potrà contare su due consiglieri
indipendenti di notevole carattere, Vittorio Mincato e
Pasquale Pistorio. Ma per intervenire sugli stabilimenti
dovrà fare affidamento su tutto il complesso sistema
dei rapporti che la Fiat (e Luca di Montezemolo) può
sviluppare.

Dell’intervista di ieri a Raffaella Polato, alcuni
osservatori hanno notato una specie di italianizzazione
di ritorno di mister Marchionne, il quale con
abruzzese furbizia non si è limitato a parlare bene di
Alessandro Profumo, ma anche di quel pugno di uomini
con cui deve ragionare di politica industriale: Gianni
Letta “grandissimo gestore di problemi”, Claudio Scajola,
il ministro delle Attività produttive, e anche i tre leader
del sindacato confederale, Savino Pezzotta, Luigi
Angeletti e Guglielmo Epifani.

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