Nomisma: petrolio a 80 dollari entro il 2020, Usa incalzano

28 Novembre 2017, di Alessandra Caparello

Lo scontro si accende tra i paesi dell’OPEC e l’industria petrolifera degli Stati Uniti, paese dove è in corso una vera e propria rivoluzione in merito alla produzione dello scisto che finirà per trasformare la nazione alla mercé delle importazioni straniere in nuovo protagonista nella scena mondiale dell’energia.

Tale rivoluzione ha sconvolto il dominio dell’Arabia Saudita e del cartello dei massimi produttori di petrolio dell’OPEC, costringendo questi ultimi ad allearsi con la Russia, da lungo tempo rivale, per tenere sotto controllo i mercati mondiali. Finora, l’allenza ha prodotto i suoi frutti, con scorte sotto osservazione e prezzi alti da due anni. Ma la Russia potrebbe sempre fare uno sgambetto quando il cartello di riunisce giovedì.

In attesa della prossima riunione dell’Opec, in programma il 30 novembre – durante la quale si dovrebbe decidere per l’estensione dei tagli di produzione – i ministri partecipanti non avranno le idee chiare su come la produzione di scisto statunitense risponderà nel 2018. Al netto di sorprese dell’ultima ora da Vienna, la corsa rialzista dell’oro nero proseguirà come ha confermato anche Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia intervistato da La Stampa:

“Nelle previsioni che abbiamo entro il 2018 saremo già abbondantemente sopra i 70 dollari. Non dobbiamo mai dimenticarci che fino al 2014 i prezzi erano sopra quota 100 dollari. Vediamo assolutamente possibile il raggiungimento degli 80 dollari entro il 2020. Già nel 2019 potremo avere delle incursioni a 90 dollari”.

Ma il rincaro del greggio potrebbe innescare una serie di reazioni da parte di alcuni Paesi come gli Stati Uniti, rendendo appetibile una diversificazione della produzione energetica facendo tornare in auge in America il petrolio di scisto.

I tagli alla produzione sono efficaci ed è stata una decisione assolutamente giusta, e il fatto di stringere un accordo con la Russia è stato cruciale, ha dichiarato a Bloomberg Paolo Scaroni, vicepresidente di NM Rothschild & Sons e ex amministratore delegato del gigante petrolifero italiano Eni.

“Tuttavia, l’OPEC non ha lo stesso potere. Il fatto che gli Stati Uniti diventino il più grande produttore mondiale di petrolio è un cambiamento drastico“.

Intanto il principe ereditario dell’Arabia Saudita, Mohammed Bin Salman, sta intraprendendo una radicale trasformazione economica e politica nel regno del Golfo, inclusa una parziale vendita della compagnia petrolifera di stato che potrebbe essere la più grande offerta pubblica della storia. Date le circostanze per i membri dell’OPEC, quindi, la posta in gioco non potrebbe essere più alta.