NO ALLA RETE
DELLE RETI

19 Settembre 2006, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) –
Nella maggioranza non appare tramontato il piano di costituire, con la Cassa depositi e prestiti, una “rete delle reti” di proprietà pubblica che – a seconda delle versioni – includerebbe la rete di Telecom, la rete elettrica di Terna, e in futuro i gasdotti della Snam e forse una parte delle infrastrutture autostradali.

La bizzarria tecnologica di tale assemblaggio viene giustificata con l’argomento che in tutti questi casi si tratta di situazioni in cui l’infrastruttura considerata costituisce una sorta di monopolio naturale: sicché l’intervento pubblico sarebbe opportuno e conveniente. Ma è proprio in quest’affermazione che emerge l’errore ideologico del progetto per la politica pubblica di un’economia di mercato. Infatti, mentre nel sistema dirigista, per le situazioni di monopolio lo stato interviene attraverso imprese pubbliche, nell’economia di mercato lo stato fa un passo indietro e promuove la concorrenza con le autorità di regolamentazione.

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La gestione delle reti da parte della burocrazia pubblica dà luogo a inefficienze che può facilmente accertare chiunque abbia un po’ di familiarità con le ferrovie o con l’autostrada Salerno-Reggio Calabria. D’altra parte, l’eventuale acquisizione della rete fissa di Telecom Italia da parte dello stato, via Cassa depositi e prestiti, appare un non senso finanziario, dato che essa è stimata ad un valore fra i 20 e i 30 miliardi di euro.

Anche l’acquisto di un 50 per cento comporterebbe per lo stato, un esborso di circa un punto del prodotto nazionale (14 miliardi). Ciò mentre si discute di una manovra di finanza pubblica che il ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa valuta di 30 miliardi, mentre ambienti della maggioranza la vorrebbero addolcire riducendola a 25, con il rischio che non si riesca a fermare il deficit del 2007 al 2,8 per cento del pil.

Ciò mentre l’Unione europea e il Fondo monetario internazionale insistono che l’Italia dovrebbe fare di più, per il deficit, anche perché il rapporto fra debito pubblico e pil nel 2006 aumenta in quanto il deficit – nonostante il boom delle entrate – è rimasto al 4 per cento. L’idea che un governo indebitato per il 107 per cento del pil rilevi la rete di Telecom Italia è grottesca.

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