NO A LA GUERRE, OUI AU BUSINESS

di Redazione Wall Street Italia
27 Marzo 2003 13:30

La politica è una cosa, il denaro un’altra. Il ministero delle Finanze di Jacques Chirac e il Medef, la Confindustria francese, hanno costituito un gruppo di lavoro che studi le strategie più idonee per ottenere lucrosi contratti nell’Iraq del dopo-Saddam. “La Francia si oppone a questa guerra – ha ribadito un portavoce del governo – ma intende partecipare pienamente alla ricostruzione”.

Le imprese francesi conoscono bene Baghdad, perché negli anni successivi alla prima guerra del Golfo sono state partner commerciali del regime iracheno e hanno costruito il sistema telefonico e idraulico della capitale. Anche Renault ha fatto grossi affari, in particolare con trattori e macchine agricole.

Le relazioni maggiori le mantiene comunque la Total Fina che, fra l’altro, ha fatto investimenti nell’esplorazione e messa a punto di due giganteschi giacimenti di petrolio a Majnon e Bin Umar. Ha ottenuto da Saddam la promessa della concessione e ora aspetta d’avere il contratto.
Le ditte di forniture militari, inoltre, per sottolineare l’amicizia con Baghdad, hanno abbonato al regime debiti per oltre 2,2 miliardi di euro.

Pur di avere un ruolo importante nella ricostruzione, i francesi insistono sull’aspetto tecnologico: per ripristinare le reti telefoniche, le reti idriche e le fognature è conveniente, dicono, ricorrere alle imprese che le hanno impiantate. Analogamente, per estrarre il petrolio in modo rapido ed efficiente conviene rivolgersi a chi conosce bene la situazione. Le cose però non stanno così: è minimo, in questi settori, il peso di tecnologie esclusive.

Poi, Parigi afferma che è disposta a concedere crediti per lo sviluppo, se alle ditte francesi si riconoscerà un ruolo. Non è una grande offerta perché le banche giapponesi traboccano di yen e sono disposte a offrirli a tassi bassi.

Ma la carta principale di Chirac è di carattere politico-diplomatico. Accusa gli americani di essersi accaparrati le commesse della ricostruzione e chiede che l’Iraq post-Saddam non sia sotto il controllo degli Usa, ma delle Nazioni Unite, perché una diversa soluzione ne pregiudicherebbe il ruolo mondiale, che è invece urgente ricostituire. Così dice no alla guerra, ma sì agli affari. In nome della pace.

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