Nel 2018 rapporto occupati/pensionati al livello più alto degli ultimi 22 anni

15 Novembre 2019, di Alessandra Caparello

Nel 2018, il rapporto occupati/pensionati si è attestato sull’1,45, il valore più alto degli ultimi 22 anni e molto prossimo a quell’1,5 individuabile come traguardo cui tendere per la stabilità di medio-lungo termine del sistema. Così il Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali presentando al CNEL l’Osservatorio sulla spesa pubblica e sulle entrate “Sostenibilità della spesa per pensioni in un’ipotesi alternativa di sviluppo”.

Dalla metà del 2014 fino alla prima parte del 2018, si legge nell’Osservatorio, l’Italia ha vissuto una fase di crescita positiva evidenziata sia da buoni dati sul fronte dell’occupazione, che ha toccato uno dei tassi più elevati di sempre (il 58,7%, con circa 23,223 milioni di occupati tra i 15 e i 64 anni), sia da segnali positivi per quanto riguarda la tenuta del sistema pensionistico.
Eppure, malgrado risultati apprezzabili dopo gli anni della crisi, non sono mancati allarmi (anche recenti) sui conti pubblici italiani da parte di Unione Europea, Fondo Monetario Internazionale e Ocse.

Demografia, occupazione e crescita le soluzioni per l’Italia

Demografia, occupazione e crescita economica sono le variabili individuate dall’Osservatorio come quelle su cui agire per garantire all’Italia, e al suo sistema pensionistico, uno sviluppo alternativo agli scenari più pessimistici.
Se è infatti vero che, secondo le ultime previsioni, l’Italia è destinata a una crescita della quota anziana a fronte di una riduzione della popolazione complessiva, lo è altrettanto che adeguate politiche familiari e di conciliazione vita-lavoro per favorire l’aumento della natalità, da un lato, e una gestione dei flussi migratori coerente con le esigenze economico-occupazionali del Paese, dall’altro, potrebbero contrastare le più pessimistiche prospettive di “declino demografico”.

L’ancora elevato tasso di disoccupazione dimostra come l’Italia sia comunque ben
lontana dall’aver mobiliato tutti i soggetti in età di lavoro e può, anzi deve, contare, su un’ampia “riserva inutilizzata” di disoccupati, in prevalenza, giovani, donne e over 55, per rimpiazzare i lavoratori che accedono alla pensione.

Così il professor Alberto Brambilla. Tra le strade da percorrere, secondo l’Osservatorio c’è quella di ripensare l’organizzazione del lavoro, intervenire sulla distanza che separa il percorso formativo scolastico dalle esigenze del mercato, investire in attività di formazione specialistica e continua, impegnarsi nella messa a punto di misure di age management e favorire la flessibilità in uscita con strumenti poco onerosi per lo Stato come i fondi esubero e i fondi di solidarietà.

«L’occupazione non si crea in forza di legge ma stimolando produttività e sviluppo che, ormai da troppi anni, sono a dir poco modesti in Italia. Non si può fare una colpa alla Commissione europea o agli organismi internazionali se su questi temi le valutazioni sono negative: da oltre 20 anni, manca una vera politica industriale, cui si sommano infrastrutture obsolete, una burocrazia spesso farraginosa, una spesa pubblica troppo sbilanciata sulla sola spesa corrente e una classe politica alla ricerca del (facile) consenso elettorale da raggiungere con promesse di assistenza e sussidi più che con azioni concrete a favore delle giovani generazioni e del sistema tutto.
Le premesse per migliorare la situazione non mancano in verità, ma servono riforme concrete e mirate che rendano complessivamente più ottimistiche le proiezioni del PIL, permettendo così di gettare le basi per un rinnovato clima di fiducia e benessere».