Mps, tutti le incognite sul tavolo del governo in attesa del 4 ottobre

28 Settembre 2020, di Alberto Battaglia

Mps, tutti le incognite sul tavolo del governo

Si avvicina la data del 4 ottobre, nella quale l’assemblea dei soci di Monte dei Paschi sarà chiamata a decidere “in merito all’articolato progetto per la cessione dei crediti in sofferenza (Npl) in favore di Amco, una società controllata dal ministero dell’Economia specializzata nel recupero crediti a cui verrebbero assegnati oltre 8 miliardi di Npl.

Pochi sono i dubbi sul fatto che possa andare in porto quest’operazione, ma regnano ancora i dubbi sulla vendita delle quote della banca, ancora in mano allo Stato attraverso il ministero dell’Economia.
Si tratta di un pacchetto pari al 68,2%  di tutte le azioni in circolazione di cui, secondo gli accordi stretti con la Commissione europea, lo Stato dovrà liberarsi entro la fine del 2021.

Cercasi compratori

I possibili compratori, però, esitano a farsi avanti. Parte delle reticenze sono giustificate dalla mole di potenziali costi legali che l’acquisizione trasferirebbe alla nuova proprietà di Mps (Equita stima un costo che potrebbe arrivare a 10 miliardi di euro).
Ma non è tutto: l’acquisizione della banca senese comporterebbe un onere indiretto per via del suo portafoglio di crediti deteriorati, che andrebbe inevitabilmente a peggiorare il Cet1 della banca acquirente. Attualmente l’Npl ratio di Mps, il rapporto fra crediti problematici e totale dei crediti erogati, arriva al 4%.

Nei giorni scorsi, quando era stato ventilato un possibile interessamento da parte di Unicredit, gli analisti di Equita avevano calcolato che occorrerebbero 2 miliardi di euro di capitale solo per lasciare invariato il rapporto che esprime la solidità patrimoniale dell’istituto.
Secondo i rumors la banca guidata da Jean Pierre Mustier non prenderebbe in considerazione l’acquisto di Mps se non dietro la garanzia di protezione dai già citati rischi legali e la neutralità sotto il profilo della solidità patrimoniale (cioè se non verranno sostenuti dallo Stato i costi per lasciare invariato il Cet 1 ratio di Unicredit).
Oltre a piazza Gae Aulenti, che non ha confermato le indiscrezioni sul suo interessamento all’affare, l’altro possibile acquirente di Mps potrebbe essere il Banco Bpm.
In tutti gli scenari sembra difficile ipotizzare una vendita senza “dote” da parte dello Stato, un aiuto finanziario che incoraggerebbe così la rischiosa acquisizione di Mps.

Mps, l’ incognite per il governo

Nel momento in cui avverrà la vendita delle quote, lo Stato, da parte sua, dovrà anche mettere in conto una massiccia minusvalenza: le azioni della banca senese, acquisite nel 2017 per 5,4 miliardi di euro oggi avrebbero un controvalore non molto superiore al miliardo. Una bella perdita di soldi pubblici in tempi di recessione.

Le spaccature: chi vuole la nazionalizzazione

Nel frattempo, il neo eletto presidente della Regione Toscana, il dem Eugenio Giani, ha messo in luce una posizione affine a quella del Movimento 5 Stelle: il mantenimento della proprietà pubblica di Mps.
“Non voglio vederla disperdere nei mille rivoli delle vendite. Mi impegnerò ancora di più perché possa restare in mano pubblica e vedere se si trova una soluzione che gli consenta di mantenere il proprio profilo di identità”, ha dichiarato Giani,“sono ancora più convinto come lo ero da candidato del rinvio dell’accordo con la Bce per l’uscita del Tesoro da Mps. La banca la vedo come un insieme di grandi potenzialità da un punto di vista del management, di funzionari, maestranze”.

Per il mantenimento della proprietà pubblica, però, sarebbe necessario un nuovo accordo con le autorità europee, per le quali l’operazione sarebbe facilmente bollata come un aiuto di stato illegale.

Per il principale sindacato del mondo bancario, la Fabi, invece, l’accordo sulla vendita andrebbe quantomeno prorogato: “Sarebbe opportuno e auspicabile che il governo italiano chieda alle autorità europee, sia all’Unione europea sia alla Commissione di vigilanza della Bce, la proroga di un anno del termine per l’uscita dello Stato dall’azionariato del Monte dei Paschi di Siena, dal 2021 al 2022”, aveva detto il segretario della federazione dei bancari Sileoni, “affinché si possano valutare o costruire soluzioni non penalizzanti per il territorio, per i lavoratori e per la banca”, ha spiegato il leader della Fabi”.