MONTEZEMOLO,
SI SPORCHI LE MANI

7 Marzo 2004, di Redazione Wall Street Italia

Paolo Madron e’ il Direttore di Panorama Economy.

L’abbiamo vestito da operaio, lui che passa per un sempiterno campione
dell’eleganza raffinata. L’abbiamo fatto anche perché ci era venuta in
mente la lettera al Riformista di un piccolo imprenditore della Bassa
Polesana il quale, quando ancora Luca di Montezemolo cortesemente
rimbrottava i giornali che lo davano per candidato alla guida di
Confindustria, bollò l’ipotesi come riprovevole. «Io passo la vita in
fabbrica e mi sporco le mani di grasso» scriveva il padroncino del
Nord-Est «mentre quello là…».

Ma questa visione, che certo meno
rozzamente Nicola Tognana ha fatto sua nel momento in cui ha
sottolineato l’assenza di galloni imprenditoriali nel suo sfidante, non
ha fatto proseliti. Non si è ripetuta, insomma, la situazione di quattro
anni fa quando fu proprio l’imprenditoria del Nord-Est che nelle
assemblee fischiava Pietro Marzotto, e mostrava tutta la sua
insofferenza verso i soliti noti che decidevano gli assetti di
Confindustria, a imporre la svolta. L’elezione di Antonio D’Amato fu il
segno che quell’insofferenza aveva rotto gli argini, che un pugno di
oligarchi non avrebbe più potuto disporre di Viale dell’Astronomia come
di una propria dépendance.

Se qualcuno aveva pensato di riproporre il
canovaccio, ribaltando una designazione che – come fu per Callieri –
sulla carta era destinata a non trovare ostacoli, ha sbagliato i
calcoli. Quattro anni sono bastati a mostrare le velleità di un modello
che si era illuso di bastare a se stesso, che in nome del piccolo è
bello pensava di possedere forza e requisiti per imporre una sua visione
del mondo e dell’economia, che aveva fatto strame della concertazione
intesa (spesso non a torto) come nobile paravento all’indecisione. Ma
soprattutto, in quattro anni, e tralasciando il degrado dello scenario
geopolitico, si è passati dalla New economy alla Parmalat,
dall’illusione di una crescita inarrestabile alle mele marce di un
capitalismo che per mantenere la sua florida facciata truccava le carte.

Per questo, e molto altro, Montezemolo non potrà limitarsi a essere uomo
di rappresentanza, ma dovrà sporcarsi le mani nel tentativo di rimettere
in moto un processo virtuoso che faccia di Confindustria un
interlocutore autorevole – e mai tracotante – di governo e parti
sociali. Ma soprattutto che le consenta di ritrovare una identità forte,
non sui principi astratti ma su concreti modelli di sviluppo sui quali
ridisegnare il tessuto industriale. Un obiettivo che non può prescindere
da una riconciliazione con il sistema finanziario, siano le banche, il
cui ruolo è imprescindibile nella penuria di attori forti (investitori
istituzionali, fondi pensione) in grado di fornire capitali, sia il
pubblico risparmio.

Ma Montezemolo potrebbe anche tentare mete più
ambiziose, come quella, mai riuscita ai suoi predecessori, di conciliare
la microimprenditoria diffusa, che è uno specifico dell’economia
italiana, con l’esigenza di avere grandi aziende capaci di competere a
livello internazionale. Rompendo così una dicotomia che spesso ha reso
strabica l’azione del sindacato degli industriali. Occorreranno un
grosso lavoro alla base e un dialogo costante con le associazioni
territoriali. Per questo Montezemolo dovrà rimboccarsi le maniche. Se il
copyright non fosse di qualcun altro, si potrebbe dire che dovrà essere,
come lo ha ritratto Economy, un presidente operaio.

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