MONTA IL FILONE SCANDALI IN AREA PDL. DANNI COLLATERALI PER SILVIO

9 Maggio 2010, di Redazione Wall Street Italia
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(WSI) – Fosse solo Bertolaso, solo Scajola, solo Lunardi. Lo slancio delle procure di Roma, Firenze e Perugia coinvolge il governo in un abbraccio che rischia di essere mortale. I segnali sono convergenti. Nell’inchiesta su Denis Verdini, ad esempio, il procuratore capo della capitale, Giovanni Ferrara, ha condiviso con i pm la scelta di attendere che passassero le elezioni regionali prima di uscire allo scoperto. Evitando strumentalizzazioni che potessero azzoppare un’inchiesta che è solo agli inizi. Nelle carte degli inquirenti emergono elementi da valutare che potrebbero coinvolgere entro l’estate altri esponenti di governo. In tutto cinque tra ministri ed ex ministri compreso proprio Scajola che si è dimesso.

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I nomi sono top secret perché non risultano indagati dalle procure che stanno lavorando su un flusso informativo senza precedenti tra testimoni e, soprattutto, bobine di registrazioni telefoniche.

Coccole in tv

I nomi sono top secret perché non risultano indagati dalle procure che stanno lavorando su un flusso informativo senza precedenti tra testimoni e, soprattutto, bobine di registrazioni telefoniche. Le ulteriori avvisaglie si avranno da lunedì quando i pm fiorentini catapulteranno metri cubi di carte nel primo processo pilota alla cricca. Inevitabile l’amplificazione mediatica con una pioggia di intercettazioni, deduzioni e polemica politica. Questo non sembra preoccupare più di tanto gli uffici giudiziari che segnano uno scarto significativo tra quanto finora emerso e quanto raggiunto nelle indagini.

L’esempio arriva certo da un filone rimasto ancora sottotraccia e che sta per coinvolgere alti dirigenti Rai nei loro rapporti non proprio di equilibrio, per usare un eufemismo, con dei produttori televisivi. Viaggi, prebende, coccole per dirla con un termine tondo che sono inopportune nei rapporti delicati tra fornitore e azienda di Stato dove chi decide risponde come incaricato di pubblico servizio, insomma quasi un pubblico ufficiale. L’indagine ha raccolto fatture e varia documentazione prima di emergere con inevitabili contraccolpi.

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L’altro fronte è quello dell’edilizia carceraria che compare agli atti di Firenze (e non di Roma) e che si congiunge inevitabilmente sui lavori e la crescita di Anemone che aveva una certa confidenza con settori dei servizi di sicurezza delle passate gestioni.

La grande anomalia di questa nuova ondata di inchieste rimane comunque la lontananza siderale tra le indagini e la figura del presidente del Consiglio. Oggi il premier si ritrova a difendere i cerchi più vicini di collaboratori per episodi come quelli di Scajola che se provati sono da considerarsi lunari.

È grottesco solo immaginare che Berlusconi possa essersi seduto a questi fantomatici “comitati di affari” ma la novità di questa offensiva giudiziaria è in estrema sintesi proprio questa

Berlusconi è dal 1994 che difende se stesso e la spunta su decine di inchieste che l’hanno coinvolto per qualunque cosa. Mai si era ritrovato a dover difendere personaggi politici per vicende delle quali non conosce contenuto o confini. È grottesco solo immaginare che Berlusconi possa essersi seduto a questi fantomatici “comitati di affari” ma la novità di questa offensiva giudiziaria è in estrema sintesi proprio questa: la falcidia dei collaboratori di governo, delle rappresentanze che possono essersi macchiati di colpe, aver partecipato o solo condiviso interessi in quella zona grigia tra politica e affari ampiamente strumentalizzabile in un periodo come questo. Colpe e interessi non portati a conoscenza ovviamente del premier, fatto che oggettivamente ora si pone come vulnus nella difesa politica dell’insieme.

Macchina da guerra

In più qualsiasi garantismo sparisce se le storie si presentano sghembe come quella di Scajola che forse proprio non essendo indagato avrebbe potuto chiedere una tutela dagli uffici giudiziari presentando memorie, aprendo canali di dialogo dove possibile, in sintesi per chiedere la secretazione degli atti e conquistare quel tempo prezioso che non ha avuto per capire, come ha detto in conferenza stampa, quanto accaduto.

Purtroppo il tempo non corre per tutti allo stesso modo. I giornali offrono ogni particolare, le procure stanno affrontando indagini che sembrano sempre più estese. L’agenda investigativa si mostra come una macchina da guerra che non troverà più saldature con le necessità della politica.

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SCAJOLA, I SERVIZI SEGRETI E IL FILONE TOSCANO

Nel mirino della procura di Perugia c’è il vecchio incarico di Claudio Scajola come ministro dell’Interno. Due anni prima che comprasse la casa di nove vani con vista sul Colosseo (con l’acquisto del 6 luglio 2004 a cui si sospetta abbia contribuito Diego Anemone con 900mila euro), il titolare del Viminale avrebbe infatti elargito «preziosi favori» all’imprenditore.

Addirittura, si vocifera nei corridoi degli uffici giudiziari, sarebbe stato l’esponente del PdL a far diventare l’indagato un grande imprenditore, che a sua volta si sarebbe quindi sdebitato con il regalo in mattoni.

SERVIZI SEGRETI

Agli atti ci sarebbe l’incarico di costruire una delle più importanti sedi dei Servizi segreti: la palazzina del Sisde in piazza Zama, a Roma, con relativo conferimento del Nos (il nulla osta sicurezza che permette di lavorare in posti sensibili e, quindi, nei cantieri per il G8). Una circostanza che chiuderebbe il cerchio dei favori immobiliari venuti pochi giorni fa allo scoperto.

Il giovane costruttore, all’epoca, si sarebbe infatti mosso anche grazie al benestare del responsabile dell’ufficio logistico degli 007, che all’epoca era il generale della guardia di finanza Francesco Pittorru, finito nel mirino per gli altri due appartamenti comprati sei anni fa all’Esquilino grazie ad Anemone.

Nel capoluogo umbro i magistrati stanno lottando contro il tempo per tracciare tutti i movimenti di denaro della cricca. Soprattutto quelli che legherebbero Diego Anemone ai due ex ministri, il dimissionario Claudio Scajola e Pietro Lunardi, che nel precedente governo Berlusconi era a capo delle Infrastrutture. La scadenza è già segnata: tra otto giorni, venerdì 14 maggio, l’ex titolare dello Sviluppo Economico è atteso negli uffici giudiziari per spiegare la presunta compartecipazione dell’imprenditore all’acquisto della casa di via Fagutale.

Dall’altra parte, invece, i colleghi di Firenze sono già un passo avanti. Ieri il gip Rosario Lupo ha accolto la richiesta di giudizio immediato per i quattro indagati della Scuola dei Marescialli e ha fissato la prima udienza per il 15 giugno prossimo. Una decisione che significa solo una cosa: è stata confermata l’evidenza delle prove, nonostante gli interessati abbiano sempre negato qualunque coinvolgimento.

IL FILONE TOSCANO

Con l’avvio del processo toscano, gli inquirenti depositeranno le carte del filone rimasto loro dopo l’apertura dello stralcio perugino (per l’incompetenza territoriale che mandava le carte a Roma e il conseguente conflitto di interessi generato dalla presenza tra gli indagati del procuratore aggiunto Achille Toro) .

Con l’imminente deposito in cancelleria di 33 faldoni, senza contare i 24 già usciti e che a febbraio svelavano il «sistema gelatinoso della cricca», i magistrati fiorentini annunciano sorprese. Voci impazzite parlano di altri nomi importanti che sarebbero rimasti «incastrati» in quei nove dossier tuttora inediti.

Gli avvocati che difendono i protagonisti (i funzionari della Protezione civile Angelo Balducci e Fabio De Santis, in carcere, e gli imprenditori Guido Cerruti e Francesco Maria De Vito Piscicelli, ai domiciliari) non hanno potuto fare nulla contro i togati. L’altro ieri è arrivata la richiesta dei pm di procedere con la massima urgenza, in serata loro hanno inviato delle memorie che si opponevano all’ipotesi, ma già ieri mattina il gip ha spazzato via ogni dubbio accogliendo la richiesta del rito immediato.

I difensori, tra le altre cose, contestavano la scelta di procedere in tempi brevi solo per i loro assistiti e non per gli altri indagati della stessa vicenda. «In un processo per corruzione», spiegano, «non si può giudicare il presunto corruttore separatamente dal presunto corrotto».

Eppure, così sarà. Una decisione, tra l’altro, che ha bloccato l’imminente scarcerazione prevista al termine dei tre mesi per la custodia cautelare in carcere che, in casi del genere, raddoppia. Fuori da questa tornata, invece, e dunque a piede libero già domenica prossima, il funzionario Mauro Della Giovampaola e l’imprenditore Diego Anemone.

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