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La sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti, che la scorsa settimana ha bocciato i dazi imposti dall’amministrazione di Donald Trump attraverso il ricorso all’IEEPA e ad altri strumenti emergenziali, non rappresenta – secondo Filippo Diodovich – “”una semplice rimozione delle tariffe””, ma segna piuttosto l’inizio di una nuova fase di incertezza.
L’analista di IG Italia osserva che il mercato si trova ora ad affrontare tre shock simultanei: lo stop a una parte rilevante dei dazi, l’apertura di un fronte legale sui rimborsi e l’attivazione di nuove tariffe con una base normativa differente. Diodovich ritiene che la decisione della Corte sia un colpo importante all’architettura tariffaria costruita da Trump, ma sottolinea come non chiuda affatto il capitolo protezionista, pilastro della politica economica repubblicana.
Cosa ha deciso la Corte Suprema
Facciamo un passo indietro. Con una decisione dello scorso 20 febbraio, la Corte Suprema ha stabilito che Trump è andato oltre i propri poteri utilizzando l’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA), una legge federale che conferisce al Presidente poteri straordinari per regolare le transazioni economiche in situazioni di emergenza nazionale, per imporre dazi globali e misure mirate contro diversi partner commerciali.
Diodovich sottolinea che questo passaggio è cruciale per gli investitori: in gioco non c’è solo il livello delle tariffe, ma si riduce anche lo spazio di manovra dell’esecutivo su una leva che il mercato considerava centrale nella politica economica USA.
Sul piano operativo, la U.S. Customs and Border Protection ha comunicato lo stop alla riscossione dei dazi IEEPA e la disattivazione dei codici tariffari collegati. Restano però in vigore le tariffe introdotte su altre basi legali, come Section 232 e Section 301.
Il vero nodo per i mercati: i rimborsi
In questo contesto, il tema più delicato non è tanto la sentenza in sé, quanto la gestione dei rimborsi. La Corte non ha previsto un rimedio automatico, aprendo così un possibile contenzioso tra importatori, amministrazione e United States Court of International Trade.
Le cifre in gioco sono rilevanti: secondo diverse stime si parla di un ordine di grandezza tra 170 e 175 miliardi di dollari.
Diodovich spiega che non si tratta solo di una questione di equità verso gli importatori, ma che per il mercato obbligazionario questo comporta potenziale incertezza sui conti pubblici e sulle future emissioni del Tesoro USA. In altre parole, la vicenda si trasforma da questione commerciale a tema fiscale e finanziario.
Nuove tariffe, nuova incertezza
Dopo la sentenza, Trump ha accelerato su un nuovo schema tariffario sostitutivo, questa volta su basi giuridiche differenti rispetto all’IEEPA. Le nuove tariffe dovrebbero avere una durata di 150 giorni, con possibilità di rinnovo tramite approvazione del Congresso o nuovo decreto presidenziale.
Diodovich osserva che il mercato non si chiede più se ci saranno dazi, ma quanto saranno duraturi, contestabili e credibili. La sentenza, dunque, limita una leva presidenziale, ma non elimina la strategia protezionista: la variabile politica resta elevata.
Quali effetti sui mercati finanziari?
Per l’azionario, l’impatto principale potrebbe essere un aumento del premio al rischio più che un effetto immediato sugli utili. Le società con supply chain globali o forte esposizione all’import-export restano vulnerabili a revisioni rapide dello scenario tariffario. Diodovich sottolinea che la combinazione tra sentenza, nuove tariffe e incertezza sui rimborsi rende più difficile prezzare margini e guidance. Tra gli indici USA, il Russell 2000 è al momento il più debole, con una flessione di circa due punti percentuali.
Sul mercato valutario, la vicenda pesa perché intreccia politica commerciale, rischio fiscale e incertezza istituzionale. Si registra un indebolimento del dollaro, con rafforzamento delle valute rifugio e di diverse divise emergenti. Diodovich ritiene che il tema centrale sia la fiducia nel quadro decisionale USA, più che il semplice effetto meccanico delle tariffe.
Il mercato dei Treasury appare il più delicato nel medio periodo. Se parte del gettito tariffario dovesse essere restituita, il Tesoro potrebbe compensare con emissioni aggiuntive. Se invece il contenzioso si protrarrà, i titoli di Stato dovranno prezzare mesi di incertezza politico-legale. Secondo l’analista, si tratta di un rischio che va oltre il breve termine e che potrebbe incidere sulla percezione di sostenibilità fiscale.
Per l’oro e altri asset rifugio, invece, la situazione appare diversa: il metallo giallo beneficia non solo della domanda difensiva, ma anche della difficoltà del mercato nel definire uno scenario ordinato per dollaro, tassi e crescita globale. Diodovich spiega che il tema non riguarda solo i dazi, ma l’instabilità del quadro decisionale, e che gli asset rifugio potrebbero restare supportati finché non emergerà maggiore chiarezza normativa e fiscale. L’oro ha superato i 5.200 dollari l’oncia e guarda ora a 5.380 dollari, proiezione dell’ampiezza del recente movimento rialzista.
Cosa monitorare nelle prossime settimane
Secondo le previsioni di Diodovich, quattro variabili saranno decisive:
- Meccanismo dei rimborsi – Una procedura amministrativa ordinata potrebbe ridurre il premio al rischio; un contenzioso frammentato manterrebbe elevata la volatilità.
- Tenuta legale dei nuovi dazi – Anche le tariffe sostitutive potrebbero essere contestate, perché esistono dubbi sull’impianto giuridico.
- Reazione dei partner commerciali – L’Unione Europea e la Cina potrebbero rivedere le proprie strategie alla luce del nuovo quadro statunitense, riaccendendo il rischio escalation commerciale.
- Inflazione vs deficit – Nel breve, dazi sostitutivi più bassi potrebbero attenuare le pressioni sui prezzi; nel medio periodo, un eventuale rimborso massiccio riaprirebbe il tema del deficit e delle emissioni. Diodovich non prevede un impatto diretto sulle decisioni della Federal Reserve, ma avverte che la tensione tra inflazione e finanza pubblica potrebbe rendere il mercato dei tassi particolarmente instabile.