MERCATI:
NON SI RISOLVE
COSI’ LA CRISI

18 Agosto 2007, di Redazione Wall Street Italia

*Alfonso Tuor e’ il direttore del Corriere del Ticino, il piu’ importante quotidiano svizzero in lingua italiana. Il contenuto di questo articolo esprime esclusivamente il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – La crisi è grave. Non sono bastate le iniezioni di decine di miliardi di dollari per calmare i mercati finanziari e allora si passa immediatamente alla riduzione del costo del denaro. Infatti, il Comitato direttivo della Federal Reserve americana, in una riunione straordinaria, ha tagliato di 50 punti base il tasso di sconto e ha fatto capire che si prepara a tagliare nei prossimi giorni anche il tasso giorno per giorno, attualmente al 5,25%.

Appena appresa la notizia, le borse sono rimbalzate violentemente. È dunque inevitabile interrogarsi se la riduzione dei tassi è sufficiente per riportare la calma sui mercati e per risolvere l’attuale crisi.

Vi sono buoni motivi per ritenere che il taglio del costo del denaro fornirà un po’ di sollievo ai mercati, ma non basterà per risolvere il problema dei crediti a rischio su cui galleggia il sistema finanziario. Innanzitutto, il taglio del tasso di sconto, che è il tasso al quale la banca centrale concede prestiti al sistema bancario, è assimilabile alle iniezioni di liquidità, cui le banche centrali sono ricorse ripetutamente negli scorsi giorni. Più rilevante appare l’annuncio che la Federal Reserve è intenzionata a tagliare anche i ben più importanti Fed Funds, se non tornerà la calma sui mercati. In buona sostanza, gli operatori oggi sanno che la banca centrale userà tutte le armi a sua disposizione per sostenere i mercati.

Dunque, se questo taglio dei tassi non basterà, la Federal Reserve suggerisce ai mercati che taglierà ancora il costo del denaro (e le mosse della Fed saranno presto imitate dalle altre banche centrali). In pratica, Ben Bernanke segue le orme di Alan Greenspan e fa diventare il salvataggio del sistema finanziario un obiettivo prioritario della banca centrale.

Questa scelta, che è sicuramente discutibile, dovrebbe comunque rassicurare i mercati e fungere come una polizza di assicurazione. Per questo motivo è prevedibile che la banca centrale dovrà tagliare più volte i tassi, poiché questa crisi non è causata da una momentanea fase di paura dei mercati, che in termini tecnici si potrebbe definire una temporanea crisi di liquidità. Se così fosse, la calma sarebbe già tornata dopo le iniezioni di decine e decine di miliardi di dollari effettuate dalle banche centrali di mezzo mondo negli scorsi giorni.

In realtà, il cuore del problema è la necessità di valutare nuovamente il prezzo dell’enorme quantità di strumenti finanziari creati in questi anni per finanziare la bolla del credito. E, come tutti sanno, l’operazione di «rivalutazione» di questi strumenti non è ancora cominciata. Per gli strumenti collegati al mercato immobiliare in questi giorni non esiste nemmeno un prezzo di mercato. Per altri strumenti ancora più sofisticati creati dalla finanza creativa degli ultimi anni la rivalutazione è particolarmente ardua, perché non esisteva un prezzo di mercato nemmeno prima di questa crisi, dato che il loro valore era desunto da modelli matematici.

La disponibilità della Fed di offrire capitali a prezzi inferiori e la promessa di tagliare i tassi fino a quando non tornerà la calma sui mercati, dà sollievo e tempo, ma non risolve il problema di coloro che (banche, hedge funds, fondi di investimento, ecc.) devono ancora iscrivere a bilancio le perdite derivanti dai «nuovi prezzi» di questi strumenti. Per essere ancora più chiari, si stima che il mercato americano delle ipoteche «subprime» ammonti a circa 1.300 miliardi di dollari e che le perdite ammontino come minimo a 200 miliardi di dollari. Sebbene rilevanti, queste cifre non appaiono enormi e potrebbero essere assorbite.

Il problema è che su questi 1.300 miliardi di dollari Wall Street ha costruito una serie di strumenti finanziari che moltiplicano il valore delle somme in gioco e il numero degli attori coinvolti. Quindi, o ci si illude che sia possibile una ripresa del mercato immobiliare americano a breve, oppure la mossa della Fed dà un certo sollievo, ma non risolve il problema.

Inoltre, come abbiamo ripetutamente scritto, le obbligazioni legate al mercato ipotecario americano rappresentano solo la punta dell’iceberg dell’enorme bolla del credito facile degli ultimi anni e su cui sono stati inventati strumenti finanziari nuovi e sempre più sofisticati, come i numerosi veicoli di investimento apparentemente autonomi creati dalle banche, come il fondo della tedesca IKB, i veicoli strutturati di investimenton (SIV) che usano pesantemente lo strumento della leva (ossia del debito) per moltiplicare i risultati delle loro scommesse e così via. A questi sono ancora da aggiungere gli hedge funds e i fondi di private equity.

In queste condizioni la decisione della Fed può dare un temporaneo sospiro di sollievo, ma poco più. Per riportare la calma, bisognerà abbassare i tassi a tal punto da ridare vigore all’attuale bolla del credito. In pratica, bisognerà ricreare la bolla per evitare le conseguenze del suo scoppio. Ed è quanto molto probabilmente faranno le banche centrali, anche se in questo modo si mettono solo delle toppe, ma non si risolve la crisi, poiché non si correggono i comportamenti perversi della grande finanza che l’hanno originata.

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