MARONI LEADER CONTRO LA CAPITALIA D’ITALIA

23 Marzo 2004, di Redazione Wall Street Italia

Proprio nella settimana in cui il premier accarezzava l’idea di aver disinnescato con successo le mine Gasparri (oggi alla Camera arriva di nuovo la legge sul sistema radio-tv) e federalismo (giovedì voto finale del testo in prima lettura al Senato), le polemiche sul decreto salvacalcio, rinfocolate dall’incredibile non svolgimento del derby romano, gettano nuove tensioni e incognite sulla tenuta della maggioranza.

Anche perché il provvedimento dovrebbe arrivare giovedì prossimo in consiglio dei ministri (la data è resa obbligata dalle circostanze: entro il 31 le squadre a rischio devono essere in regola con l’Uefa e dimostrare di non avere debiti con il fisco) e il centrodestra si troverebbe così ad avere tre fronti delicatissimi aperti contemporaneamente: eventuale approvazione della Gasparri (Montecitorio), idem per le riforme costituzionali (Palazzo Madama), e appunto il decreto salvacalcio (Palazzo Chigi).

Nonostante le apparenze ufficiali (FI e An a favore dello spalmadebiti, Lega e Udc contro), fonti accreditate della Cdl riferiscono che la situazione sarebbe molto più fluida. Nel senso che a Palazzo Chigi, con la supervisione di Berlusconi, si starebbe lavorando a un decreto che farebbe rientrare la ritrosia dei centristi e anche di una parte di An, quella che fa capo al ministro delle Politiche agricole Gianni Alemanno.

La conferma arriva direttamente dalla sede dell’Udc: «Alla fine uno sforzo per evitare questa crisi ci sarà, i meccanismi di sostegno saranno bilanciati da regole ferree che dovranno portare dei cambiamenti non simbolici al sistema del calcio». Se allora una versione collegiale, non solo berlusconiana, del decreto salvacalcio riallineerà il subgoverno An-Udc al fianco del premier, tuttavia questo lavorìo di mediazione non farà rientrare il no della Lega ancora senza Bossi. E ancora una volta la domanda è sempre la stessa: fino a che punto la nomenklatura del Senatùr, Maroni in testa, dirà di no?

Racconta un esponente leghista che il ministro del Welfare «avrebbe più che altro cominciato una campagna di autoproclamazione per la successione a Bossi nel partito, ma la rottura con gli alleati non ci sarà. Giovedì i ministri della Lega o non parteciperanno ai lavori del consiglio dei ministri oppure usciranno quando si affronterà l’argomento. Così alla fine saranno tutti soddisfatti: Berlusconi avrà quel che voleva per evitare la rivoluzione, noi ci terremo stretti il nostro cavallo di battaglia in campagna elettorale contro Roma ladrona, Capitalia e i soldi dati a Roma e Lazio».

E che le cose siano destinate ad andare così è confermato da vari indizi. Ieri, per esempio, Giancarlo Giorgetti, presidente della commissione Bilancio della Camera, ha annacquato con decisione l’affondo di Maroni dell’altro giorno: «La Lega non voterà il decreto salvacalcio né in consiglio dei ministri né in Parlamento, ma non abbiamo intenzione di mettere la fiducia su questo provvedimento: non la poniamo noi e speriamo non la pongano neanche gli altri».

Poi, a dimostrare che il dissenso della Lega possa essere un no concordato, che non faccia troppo male alla Cdl, c’è il voto di giovedì sulle riforme istituzionali. Non a caso nel quartier generale dei leghisti preferiscono tenere separate le due questioni: «Il federalismo viaggia per conto suo, su un altro binario, ed è il motivo per cui siamo nati. Sul calcio, Maroni non fa altro che dire quello che avrebbe detto Bossi. I nemici sono sempre quelli di Roma».

A questo punto, nota qualcuno, è facile capire che gli uomini del Senatùr non stanno facendo altro che mantenersi sul doppio registro della Lega di governo (federalismo) e di lotta (no al decreto salvacalcio) in vista della campagna elettorale e senza pensare nemmeno per un minuto di uscire dall’esecutivo. L’unico che potrebbe pagare, politicamente, tutto questo sarebbe Giulio Tremonti. Senza Bossi, in questo momento il ministro dell’Economia non gode di molta popolarità tra i leghisti e questo potrebbe favorire la strategia di Fini contro di lui. Il vicepremier, infatti, avrebbe manifestato ai suoi collaboratori di «sentirsi ancora preso in giro da Tremonti, nonostante la verifica e il consiglio di gabinetto». Ma questa è un’altra storia.

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