MALA-ECONOMIA
VS PALAZZO

27 Maggio 2005, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – Può non piacere, certo, ma non si può dire che la relazione del presidente della Confindustria sia stata di parte e non abbia tenuto conto degli interessi generali del Paese. Non ha risparmiato critiche alla maggioranza e all’opposizione. Un’analisi della situazione economica e sociale dura e preoccupata, mai strumentale. Colpisce, dunque, la reazione di Fini («viziata da interessi di parte»). E lo stesso Berlusconi, in altri tempi, non si sarebbe lasciato sfuggire l’occasione di indirizzare agli imprenditori, che in gran parte continuano ad apprezzarlo, un incoraggiamento meno formale.

Non si può negare che davanti a una platea che ha applaudito più volte Montezemolo, soprattutto quando criticava la classe dirigente o richiamava a un maggiore senso civico, si sia avvertito un certo gelo o una forma di cortese distacco fra Governo e la parte sociale di cui peraltro molti membri dell’Esecutivo, a cominciare dal premier, fanno parte. Ma non crediamo che si sia consumato alcun divorzio: non ve ne sono le ragioni reali e il Paese non può permetterselo. Se era eccessiva in altre stagioni l’immagine di una quasi perfetta sovrapposizione fra Governo e rappresentanza imprenditoriale, è oggi esagerato pensare a separazioni consumate o a irreparabili lontananze. Il ministro delle Attività produttive Scajola ha rivendicato efficacemente i successi del Governo ma non ha nascosto alcuna difficoltà.

E Alemanno e Siniscalco hanno mostrato sintonia con l’analisi confindustriale e alcune delle proposte, fra le quali lo spostamento del prelievo fiscale dalle imposte dirette a quelle indirette per favorire il lavoro nazionale.
La realtà, quella vera, è sotto gli occhi di tutti. «Negli ultimi cinque anni — ha detto Montezemolo — la produttività in Germania è aumentata del 10%, in Francia del 12, in Italia è diminuita di quasi un punto e mezzo. Negli stessi anni il costo del lavoro per unità di prodotto in Francia e Germania è diminuito, da noi è cresciuto di oltre il 12%». Fine.

La congiuntura economica è fatta di cifre aride e impietose. E di terapie sulle quali chi si confronta con onestà intellettuale una soluzione prima o poi la trova. La congiuntura politica invece, specie quella liquida e convulsa di questo anno preelettorale, appare dominata da interessi di schieramento, calcoli miopi, personalismi, umori e caratteri, non sempre buoni. Se prevarranno sulla ragione e il buon senso i guasti non saranno lievi. E appariranno come segni di decadenza più che di declino. Se invece, come ci auguriamo, vi sarà un esame sereno e responsabile delle difficoltà del Paese, uno scatto d’orgoglio è possibile. Così come una nuova stagione di confronto e collaborazione fra Governo, parti sociali e opposizione.

Chi conosce i valori dell’impresa, la centralità del lavoro e della produzione, sa quanto costi disperdere al vento i fili del dialogo e della responsabilità. Fili che formano il tessuto, ancora forte dell’identità nazionale, ragione ultima per la quale ha ancora un senso sentirci uniti da un legame di cittadinanza e dal dovere di costruire il futuro.

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